domenica 21 gennaio 2018

Perfect Beings - Vier (2018)


Pensate ad un album di progressive rock doppio (meglio se in versione LP) e suddividete ogni facciata con una lunga suite che ne occupa tutto lo spazio. Cosa vi viene in mente? Esatto, la risposta è il famigerato Tales From Topographic Oceans degli Yes. Bene, ora potete aggiungere anche l'ambizioso nuovo sforzo discografico dei Perfect Beings accanto a tale tipologia, solo che sarà difficile parlarne male. Prima che possiate spaventarvi bisogna specificare che la quattro suite che compongono Vier (che in tedesco significa appunto quattro) sono suddivise in sottotracce che ne rendono la fruizione meno ostica, ma comunque non alterano la magniloquenza del progetto.

Dopo i pregevoli perfect_beinngs e II con il terzo album Vier i californiani Perfect Beings puntano apertamente a diventare i nuovi protagonisti della scena prog mondiale accanto a nomi consolidati come Big Big Train, Anathema, Steven Wilson e molti altri, riuscendoci però molto meglio. In pratica, quando ascolti Vier ti viene voglia di chiederti "ci voleva tanto a realizzare un album che sia prog in tutto e per tutto e che comunque riesca a suonare in modo fresco e coinvolgente senza scomodare le solite derivazioni anni '70 ricamate con carta carbone?"

Come un disco doppio che si rispetti Vier contiene temi ricorrenti e rivisitati, ma soprattutto è una ricognizione di stili tra jazz, classica, elettronica avant-garde, metal e pop, ognuno utilizzato con parsimonia - in modo programmatico per ogni suite - così che non si possa circoscrivere il gruppo in uno di questi generi in particolare. Eppure non c'è ombra di dubbio che Vier possa essere catalogato all'interno del filone progressive rock sinfonico ultimamente stanco e avaro di novità. Ci sono naturalmente richiami ai Pink Floyd più patinati, bolsi sintetizzatori genesisiani, polifonie e chitarre alla Yes, ma è tutto rivestito in una chiave moderna dove il compositore principale Johannes Luley mette inequivocabilmente anche del suo.

I Perfect Beings, dopo aver dato prova di competenza con due ottimi lavori, adesso arrivati al terzo album non accettano più di restare all'angolo e chiedono a gran voce la vostra attenzione, in particolare a coloro che, come me, hanno perso ormai la speranza di scoprire in questo genere qualcosa che vada oltre i confini delle solite riproposizioni di Genesis, Yes e Porcupine Tree. Tentare però di ricercare con dovizia ogni riferimento sonoro nei vari brani in questo caso è inutile oltre che fuori contesto, proprio perché è un album che non fa pesare tale aspetto sulla propria economia sonora. Credo che il modo migliore per approcciarsi a Vier sia saperne il meno possibile al fine di scoprire tutte le sorprese e le svolte che riserva lungo il cammino, proprio come fosse un thriller. Ultimamente al gruppo si è aggiunto alla batteria l'ex Cynic Sean Reinert (che non è presente nell'album).




giovedì 18 gennaio 2018

COG - The Middle (2018, single)


Dieci anni fa i COG dividevano le loro strade e con soli due album e qualche EP all'attivo divennero nello stesso momento un punto di riferimento per molte giovani band australiane a venire. Insomma, per chi non conoscesse i COG basti dire che, se l'Australia oggi sforna talentuosi complessi prog alternativi, certificandosi come una delle realtà musicali più originali del pianeta, questo lo dovete all'influenza incontentastibile dei COG, un power trio formato dai fratelli Gower, Flynn e Luke, e dal talentuoso batterista Lucius Borich.

Dal 2016 i COG hanno ripreso l'attività live, dando nel frattempo qualche indizio su un possibile nuovo lavoro in studio. A fine 2017 arriva la conferma che l'album The Middle, prodotto da Forrester Savell (Dead Letter Circus, Karnivool, Twelve Foot Ninja), uscirà nel corso di quest'anno e la cui title-track è stata rivelata ieri. Il secondo, e finora ultimo, album in studio dei COG Sharing Space è stato uno degli album più apprezzati nel primo anno di vita di altprogcore (sì, anche anche lui compie dieci anni!) e ne consiglio caldamente il recupero e l'ascolto, insieme naturalmente al suo predecessore The New Normal, entrambi co-prodotti da Sylvia Massy (Tool).




martedì 16 gennaio 2018

Aviations - The Light Years (2018)


Anche se un paio di anni fa avevamo già presentato gli Aviations credo che in pochi si siano accorti di loro (o comunque se li ricordino), quindi è giusto presentarli di nuovo dato che, dopo un ottimo EP pubblicato nel 2012, arrivano adesso al proprio esordio con un album completo dal titolo The Light Years. Il gruppo si forma nel 2011 a Boston composto dal chitarrista Sam Harchik e dal batterista James Knoerl, entrambi studenti del Berklee College of Music. Alla formazione si aggiunge il vocalist Adam Benjamin e nel 2012 i tre danno alle stampe l'EP A Declaration of Sound, coadiuvati da altri musicisti che compaiono come ospiti. L'aggiunta in seguito di Richard Blumenthal alle tastiere e Dylan Vadkin al vibrafono arricchisce la prospettiva sonora (che proietta il djent dei Meshuggah vicino agli universi sonori di Steve Vai, Frank Zappa, Queen, il jazz e verso inedite e stimolanti contaminazioni) e gli Aviations decidono di realizzare un remake della traccia Intents in Tents tratta da A Declaration of Sound con un arrangiamento più ricco e sfaccettato. Nel frattempo il gruppo continua a lavorare all'album di esordio che dopo cinque lunghi anni vede ora la luce e ospita Jacob Umansky dei Painted In Exile ad occuparsi delle parti di basso (qualche giorno fa è stato annunciato il primo bassista ufficiale Werner Erkelens).

Il processo di produzione che ha occupato questo arco di tempo può essere certificato nella sua riuscita dato che siamo di fronte ad un album dettagliatissimo quando si tratta di mostrare la ricchezza degli arrangiamenti. The Light Years è una fonte inesauribile di riff, groove, stratificazioni sonore che vibrano in una totalità multitematica in perpetuo movimento. Nella loro girandola gli Aviations colpiscono quasi tutto quello che oggi è da considerarsi all'interno della sfera del prog metal, dalle evoluzioni fusion di Plini e Intervals alle nuove tendenze del djent più evoluto di TesseracT, Skyharbor e DispersE, con in più una spiccata propensione verso le forme prog mutuate da strumenti a loro maggiormente affini come piano, vibrafono e polifonie vocali.

Dizziness Explained potrebbe già riassumere tale percorso camaleontico: la batteria, con i suoi volteggi, dirige il ritmo frenetico verso cambi continui, la chitarra sfoggia ogni trucco legato alle declinazioni metal ed infine la voce di Benjamin è veramente una rivelazione per la sua versatilità nel seguire le varie direzioni che prendono le composizioni. Oltretutto il suo registro chiaro e acuto riesce a scomodare paragoni non certo di secondo piano come Daniel Tompkins e Ted Leonard degli Enchant. Le progressioni fusion sono alla base delle fondamenta di Concrete Kitten che, tra sincopi funk ed un inciso che si ripresenta come fosse un chorus, è l'unico brano ad accennare a trame più canoniche. Il resto è una costante jam imprevedibile colma di innesti strumentali - dove Benjamin interviene con il suo canto - i quali pescano non solo tra gli stili più disparati, ma anche tra varie epoche e li declinano in versione prog metal. In molti pezzi, ad esempio in Captain No Beard e Two Days, sono presenti sonorità di fusion anni '70 e '80 anche se il martellante suono grave delle chitarre non ci fa mai allontanare dall'orizzonte djent. Persino su Quest e Tornado succede tutto così talmente in fretta che i passaggi jazz e le irruzioni djent si amalgamano insieme con una naturalezza encomiabile.

Void e Lullaby, seppur solo strumentali, non mostrano velleità narcisistiche nello sfoggio di virtuosismi fini a loro stessi, ma preferiscono edificare delle atmosfere misurate (come nei pezzi new age di Jakub Zytecki) che coinvolgono l'insieme della band. The Light Years è un album che va assaporato lentamente, nel quale si scoprono tutte le astuzie sonore ascolto dopo ascolto ed è proprio qui che si viene a capo della marcia in più degli Aviations. Se infatti per gli altri colleghi citati in precedenza gli stilemi utilizzati emergono chiaramente, in questo caso vengono integrati e sepolti fino a che non divengono parte stessa del sound. In tal modo gli Aviations trovano la quadratura del cerchio di come dovrebbe suonare una band prog metal nel 2018, facendo di colpo risultare datati Dream Theater e affini e dando nel frattempo una bella lezione a chi pensava che questo genere non avesse più nulla da dire.




lunedì 8 gennaio 2018

Weedpecker - III (2018)


Intorno alla prima metà degli anni ’90 lo stoner rock ebbe un periodo di gloria che vide sorgere un consistente numero di band le quali dopo quella stagione, a parte pochissime eccezioni, furono quasi del tutto dimenticate. Ultimamente però quel genere sembra risorgere dal passato non tanto per un ritrovato interesse nostalgico, ma piuttosto per la qualità delle opere che stanno immettendo nuova linfa a dei tratti stilistici che non sono mai stati molto inclini al rinnovo. Se oggi tra le realtà più interessanti possiamo citare Motorpsycho, Papir, Causa Sui e Soup, l’anno scorso Reflections of a Floating World degli Elder ha compiuto il miracolo di avere un potenziale trasversale per essere apprezzato anche da chi non è mai stato attratto dallo stoner. Miracolo che adesso viene replicato dal terzo album dei polacchi Weedpecker, semplicemente intitolato III e che, guarda caso, esce per l’etichetta Stickman, un baluardo nell'ambiente psycho progressivo.

Le cause di questa fascinazione possono essere la trasversalità che tende ad inglobare elementi da altre galassie come lo space rock e il grunge e porsi sullo stesso piano di Tame Impala e King Gizzard & the Lizard Wizard, ma soprattutto le connotazioni molto soffici e sognanti di cui si permeano brani come Molecule e Embrace. La psichedelia rimane infatti un elemento di primo piano per le liquide jam orchestrate dai quattro musicisti, con strati di riverberi ipnotici quanto avvolgenti. Il sound è così etereo che la componente lisergica si perpetua anche nei riff più acidi di Liquid Sky e From Mars to Mercury. La prova che non si tratta più strettamente di stoner rock è data da Lazy Boy and the Temple of Wonders, un garage psych che sembra un omaggio ai Pink Floyd retrodatato agli anni ’90. In un’epoca in cui la contaminazione disgrega ogni confine era inevitabile che anche lo stoner rock si aprisse nuovi spazi dove continuare il proprio trip e sembra aver trovato un luogo confortevole accanto al prog.


venerdì 5 gennaio 2018

2018: i primi ascolti dell'anno


Molto spesso paragonati agli Uchu Combini per quella leggerezza melodica con cui affrontano il math rock, gli Elephant Gym sono un brillante trio originario di Taiwan e attivo dal 2012. Finora conosciuti solo a livello di culto nel giro math/post rock e adesso la loro competenza ha fatto in modo di arrivare a firmare un contratto con l'etichetta Topshelf Records che il prossimo febbraio ristamperà tutta la loro discografia che consta dei due EP Balance (2013) e Work (2016) e dell'album Angle (2014).



Il secondo album degli Author IIFOIIC o Is It Far Or It It Close è la prima pubblicazione del 2018 e già si appresta ad essere uno dei più interessanti lavori electro-art-pop dell'anno, sulla scia di apprezzate band come Mutemath e Rare Futures.



Continuando a scavare nella storia di Levitation e Dark Star dei quali in passato mi sono occupato, il loro ex chitarrista Christan "Bic" Hayes nel corso di alcuni anni ha realizzato una trilogia di album con materiale d'archivio risalente all'era post Levitation che credeva fosse andato perduto e ritrovato per puro caso nel 1997. Dopo un mixaggio a cura di Tim Smith le tre antologie sono state pubblicate poi a distanza di nove anni con lo pseudonimo di mikrokosmos e raccolgono bizzarre quanto interessanti idee-esperimenti che toccano con singolarità psichedelia, krautrock, Beatles e, naturalmente, Cardiacs.





A cinque anni dall'apprezzato White Lighter l'ensemble post rock/orchestral indie dei Typhoon tornano il 12 gennaio con Offerings (qui potete ascoltarlo tutto in anteprima), quello che sembra il loro progetto più ambizioso: un concept album di 70 minuti che racconta la storia di un uomo che perde progressivamente la memoria ed era stato anticipato dalla suite di apertura di venti minuti formata dalle prime quattro tracce.




Nel 2017 c'è stata anche la storia di Esperanza Spalding che per registrare il suo nuovo album Exposure ha deciso di chiudersi in studio per 77 ore, trasmesse in diretta streaming per chi avesse voluto essere testimone della sua creazione. Il risultato è stato realizzato in un'edizione limitata in vinile di 7.777 copie e a fine dicembre spedito a chi aveva pre ordinato l'album. Si attende ora la pubblicazione ufficiale. Tra improvvisazione e pezzi che si rifanno stilisticamente al lavoro precedente, Exposure non ne trattiene quella carica di novità e freschezza, però è sempre un ottimo lavoro.


Dopo qualche anno tornano pure i francesi Camembert con un album fusion, zeuhl, jazz e canterburyano molto più complesso del precedente.



Sempre rimanendo in tema di jazz contemporaneo, i tedeschi Miramode Orchestra con l'esordio Tumbler offrono una panoramica su varie sfaccettature di jazz strumentale e vocale.



Il polistrumentista tedesco Philipp Nespital fonda nel 2011 un proprio progetto musicale con il nome Smalltape e pubblica il primo album Circles nel 2014. E' però con questo The Ocean dello scorso maggio che cattura l'attenzione in un prog influenzato da jazz e classica che possiamo accostare ad un connubio tra Porcupine Tree e Iamthemorning però con una spiccata vena più energica.



Per finire una delle opere più estreme e più sperimentali uscite ultimamente. Non è esattamente nelle mie corde, ma so che qualcuno apprezzerà e la segnalo con la stessa motivazione che mi fece parlare con entusiasmo dei Car Bomb. I Cleric buttano dentro a Retrocausal tutto ciò che è caos, devastazione e anarchia, ma messe insieme e suonate con una perizia sperimentale avant-garde che esula dal grindcore inteso come tale. Qui si viaggia più sulle coordinate di Toby Driver e i suoi maudlin of the Well, soprattutto per il respiro dilatato e multiforme riservato alla durata dei pezzi. Si consiglia di iniziare l'ascolto da Triskaidekaphobe e poi passare alla title-track. Nell'ultima traccia Grey Lodge è presente come ospite al sax anche il mitico John Zorn, vedete voi.

venerdì 22 dicembre 2017

ALTPROGCORE BEST OF 2017


Quindi com'è stato questo 2017? Qualitativamente, salvo qualche eccezione, alcuni gradini sotto il 2016, ma comunque buono. Sono usciti album che hanno compiaciuto parecchio la critica di settore in generale, dei plausi che personalmente mi hanno entusiasmato molto meno, tipo per fare qualche nome: Wobbler, Big Big Train, Caligula's Horse e il solito Steven Wilson. Da una parte mi è dispiaciuto perché pensavo che Wobbler e Caligula's Horse mi avrebbero potuto colpire di più, invece ho preferito altre cose e immagino che, se siete qui, non credo vi interessi vedere gli stessi nomi degli altri siti nelle mia lista, ma scoprire qualcosa di differente che eventualmente non compare da nessuna altra parte. Anche per questo ci terrei a ribadire che il best of di fine anno non deve essere considerato per forza come un giudizio definitivo, ma piuttosto come una lista di spunti di ascolto degni di nota.

Passando al particolare c'è da sottolineare come il 2017 sia stato l'anno dei grandi e insperati ritorni. Innanzitutto il post hardcore ha visto riaccendere la propria fiamma con i due pilastri degli anni Zero At the Drive-In e Glassjaw che avevano abbandonato le scene lasciando in eredità i due capolavori Relationship of Command (2000) e Worship and Tribute (2002) rispettivamente. Entrambi si sono fatti onore con nuove pubblicazioni dignitosissime alle quali va aggiunto assolutamente Interiors dei Quicksand, gloriosi padrini del post hardcore anni '90 discograficamente fermi ai box addirittura dal 1995. Nel progressive rock sono invece sono tornati i Bubblemath in formissima dopo una pausa lunga quindici anni. Per il resto non è stato un anno che ha regalato particolari sorprese o capolavori, ma comunque degli ottimi album ai quali però è mancato quello slancio da lasciare il segno.

Il 2017 ha segnato anche da parte mia un distaccamento emotivo totale dai canoni del genere. La cosa, come sapete, cova dentro da quando ho inaugurato questo blog nove anni fa e non è stato un fulmine a ciel sereno, ma una sensazione che ha raggiunto la saturazione dopo l'ascolto di From Silence to Somewhere dei Wobbler, che poi è un album di tutto rispetto del quale non posso parlar male o che sia brutto, ma ha solamente fatto scattare in me un meccanismo che aspettava solo il momento giusto per palesarsi. Per spiegarmi questo fenomeno sono dovuto ricorrere a un'ipotesi esistente che mi è venuta proprio in mente durante l'ascolto e ho pensato di applicare alla mia situazione. Avete presente la teoria chiamata "uncanny valley"associata alla robotica artificiale e poi estesa di conseguenza agli effetti speciali utilizzati nel cinema per creare creature digitali? In pratica è una sensazione che viene suscitata in noi quando un artefatto antropomorfo viene ricreato in modo perfetto, talmente somigliante e dettagliato che nella nostra percezione si forma un certo disagio e repulsione poiché intuiamo la sua artificiosità. L'uncanny valley come parallelismo in musica rappresenta per me quel punto di non ritorno presente oggi nel progressive rock cosiddetto "sinfonico". È vero che anche negli altri generi si può ritrovare tale familiarità, ma credo che il progressive rock ne sia più vittima proprio perché utilizza un'estetica meno adatta a rinnovarsi e ad essere ripetuta all'infinito. Naturalmente sarò sempre ben lieto di sbagliarmi ed essere smentito da future pubblicazioni, ma per ora è questa la situazione. Buon proseguimento, see you on the other side.



#40.At the Drive-In
in•ter a•li•a
Nonostante la defezione di Jim Ward gli At the Drive-In sono riusciti a tornare alla forma post hardcore dopo le varie avventure nel progressive rock senza sbavature e senza risultare nostalgici. A diciassette anni da Relationship of Command il primo album della reunion in•ter a•li•a è un lavoro che suona moderno ma che potrebbe benissimo essere stato pubblicato dopo In-Casino-Out. Un elemento da non sottovalutare per capire quanto siano attuali ancora gli ATD-I e quanto siano stati lungimiranti. Certo, è un post hardcore edulcorato e prodotto benissimo, ancora una volta senza sovranincisioni che ne camufferebbero l'urgenza genuina punk, ma impacchettato in una veste più presentabile e accattivante, come se fosse diventato improvvisamente popolare anche al di fuori della scena alternativa. Esercizio portato a termine a pieni voti, ben inteso: solo Bixler-Zavala e Rodriguez-Lopez, dopo aver rivoluzionato il progressive rock da indomiti guastatori con i The Mars Volta, sanno ancora come riportare a galla la loro natura hardcore delle origini.



#39.Arcane Roots
Melancholia Hymns
La maggior parte dei brani di Melancholia Hymns è costruita a grandi linee in questa maniera: si parte sommessamente con tastiere atmosferiche che consolidano una tensione, la quale percepiamo scaturirà in qualcosa di più grande, attraverso lo sfoggiò di chitarre elettriche e potenti bordate hardcore, cosa che puntualmente avviene. L'aspetto inedito che questa volta hanno provato a testare gli Arcane Roots è il forte contrasto trasmesso dai vari registri di tastiere e qualche intervento di batteria elettronica che si impongono nell'estetica sonora come un richiamo ai contemporanei ritorni alla synthwave, ma che li avvicina anche al modo di operare di band che stanno coniugando caratteristiche antitetiche, tra arie intimiste e sonorità più aggressive, come stanno facendo gli Sleep Token ad esempio. Alla fine però Melancholia Hymns sembra soffra del ripetersi di queste soluzioni e sulla lunga distanza perde quel fascino che comunque sicuramente trattengono alcune tracce se prese singolarmente. Una musica che in ogni caso acquista in suggestività se abbinata alle giuste immagini come il video di Curtains sta a dimostrare.




#38.Circa Survive
The Amulet
The Amulet presenta un gruppo stilisticamente emancipato che ha trovato una propria identità sonora, anche se non è semplice penetrare nell'essenza delle canzoni presenti nell'album a causa di elementi melodici talvolta sfocati. I Circa Survive non suonano più un post hardcore progressivo per adolescenti, ma nella loro maturità sembrano aver raggiunto un rapporto intellettuale con il proprio sound simile ai Dredg. Come per Juturna, qui siamo di fronte ad un lavoro che va assaporato lentamente: all'inizio può lasciare perplessi e indifferenti proprio per la sua omogeneità nel fluire tra un brano e l'altro, però poi si faranno strada alcuni particolari e qualità nascoste. La maggior parte della musica composta per l'album conserva una miscela hard psichedelica, ancora e sempre orchestrata dall'interplay delle chitarre di Colin Frangicetto e Brendan Ekstrom, che sembra non avere contorni ben definiti ma sfumature frutto, ora più che in passato, di sessioni di scrittura fatte di jam collettive e improvvisazioni trasformate in strutture. Sicuramente non è un album che convincerà tutti, dato che comunque resta nell'aria qualcosa di lasciato in sospeso che dipende forse dalla rinuncia nella ricerca di trame più complesse ed incisive.




#37.Caligula's Horse
In Contact
Uno degli album prog metal più osannati del 2017 e in effetti a ragione. I Caligula's Horse dimostrano di essere cresciuti ancora rispetto a Bloom, che avevo apprezzato molto. Su In Contact si sono messi alla prova vincendo una sfida con brani molto articolati e affascinanti, però per una questione del tutto personale non sono riuscito ad entrare completamente in sintonia con questo album. Non so se è per la sua durata o per un'omogeneità nel loro stile che non mi ha trasmesso quell'emozione necessaria per apprezzarlo fino in fondo. Riconosco che è un grande lavoro, ma c'è qualcosa che manca.





#36.RIVIẼRE
Heal
Karnivool copycat, e allora? A me son piaciuti. I RIVIẼRE si inseriscono in quella deviazione di prog metal che ormai è mutata verso un territorio di confine che comprende djent, ambient, shoegaze e post rock. Quindi dimenticate i canoni più pesanti, barocchi e virtuosi del genere, in questo caso la tecnica è al servizio della creazione di paesaggi sonori elettrici diluiti in lunghe cavalcate i cui riferimenti possono essere soprattutto i Karnivool (appunto), ma anche una gran parte del metal alternativo americano a partire dai Deftones e dagli A Perfect Circle. Nel metal psichedelico dei RIVIẼRE tracce come New Cancer, Yosemite, Symbol e Satin Night sembrano concepite come un trip psichedelico nel quale viene dato uno spazio equamente distribuito tra parti strumentali e parti cantate. Un appunto che si potrebbe fare è che la chitarre escono troppo pastose e un suono più limpido ne avrebbe giovato, inoltre, se da una parte forse qualche pezzo potrà sembrare eccessivamente prolisso capiterà, di contro, di imbattersi in momenti suggestivi che comunque aiutano a godersi la prospettiva sonora.



#35.Mew
Visuals
Gli ultimi lavori ci avevano presentato una band curiosa di sperimentare ed evolversi nel proprio universo di synth pop e math prog ed erano stati così radicali in una direzione o nell'altra - No More Stories più prog e avventuroso, +- più orientato su sonorità pop da lasciare interrogativi su come la band potesse ancora aggiungere qualcosa di nuovo e degno di interesse. Visuals riesce in tale compito, raggiungendo un equilibrio tra prog e pop davvero encomiabile, anche se è il secondo aspetto ad essere privilegiato. Probabilmente le melodie accessibili, pastose e orecchiabili dei Mew sono le uniche a richiedere un ascolto attento ed assorto, senza necessariamente dover battere mani e piedi, dovuto al fatto delle molteplici stratificazioni e Visuals spinge molto su tale effetto. A parte la voce angelica di Bjerre, i paesaggi sonori immaginati dai Mew hanno un fascino del tutto particolare, creando un insieme di timbri veramente unici.
  




#34.tricot
3
Arrivate al terzo album le tricot sono riuscite a fare il grande salto che porterà finalmente la loro musica oltre i confini del Giappone. O meglio, le tre ragazze di Kyoto c'erano già riuscite con una serie di concerti, EP e con i due album (T H E e A N D), assicurandosi la fedeltà di molti fan dediti sia al math rock che al J-pop. Rispetto ai due album precedenti 3 si concentra sull'essenzialità, sostituendo le deviazioni prog con un uso più prominente di dinamiche quiet/loud, viene così mostrato un lato che ben sintetizza quanto le tricot abbaino da offrire sia in ambito math rock sia in ambito pop rock, incoronandole maestre del crossover tra queste due discipline.



#33.David Crosby
Sky Trails
Sky Trails conferma un momento di felicissima vena creativa per Crosby, smentendo ogni luogo comune sul calo di qualità espressiva degli artisti in tarda carriera. Dopo il soft rock di CROZ (2014) e il passaggio acustico di Lighthouse (2016), Sky Trails pare chiudere momentaneamente nel migliore dei modi un’ideale trilogia sulle declinazioni del folk. Come sempre Crosby ci delizia di armonie acustiche di rara suggestione, ma in questa sede a prendere campo è il suo amore per il jazz. Con tutte le rockstar che sono passate a miglior vita di recente, ringraziamo il cielo che non solo ci ha preservato il genio di David Crosby, ma che l’artista americano sia ancora qui a sfornare capolavori.




#32.Quicksand
Interiors
Dopo una pausa durata ben 22 anni, i pionieri del post hardcore Quicksand tornano con un album in studio molto atteso, annunciato ormai da qualche mese, dal titolo Interiors. Solo due album negli anni '90, Slip (1993) e Manic Compression (1995), bastarono a consolidarli come autorevoli esponenti del genere. Nel 2012 finalmente i Quicksand si sono riuniti per suonare saltuariamente qualche data live, ma l'arrivo di un nuovo album è stata praticamente una sorpresa (a parte qualche indizio in passato mai confermato dalla band). Interiors non delude ed è tutto ciò che si poteva aspettarsi dai Quicksand: un album solido che ben si adatta al presente rispolverando l'estetica sonora della band.




#31.Eidola
To Speak, to Listen 
Gli Eidola sono cresciuti immensamente a livello strumentale e riportano in vita quell'hardcore progressivo di fine anni Zero che vedeva spuntare band come funghi (Closure in Moscow, Children of Nova, Emarosa e Tides of Man), riassumendone i connotati però elevandolo ad una nuova dimensione sperimentale. Ma se da una parte elaborano delle trame armoniche veramente sorprendenti e complesse, dall'altra i momenti harsh vocals che colpiscono all'improvviso sembrano talvolta fuori contesto.




#30.Jeremy Enigk
Ghosts
Senza un'etichetta e senza promozione l'ex Sunny Day Real Estate Jeremy Enigk per il suo nuovo capitolo solista si è fatto aiutare dai fan tramite PledgeMusic. Dopo qualche anno di silenzio artistico Enigk si mette alla prova dimostrando che nulla è cambiato nel suo mondo intimo ed acustico, neanche la sua incredibile ed emozionante voce che è sempre un valore aggiunto a queste canzoni.




#29.Bryan and the Aardvarks
Sounds From The Deep Field
Sounds From The Deep Field è fondamentalmente un disco jazz, ma anche così trasversalmente chamber pop da far risuonare il Canterbury Sound nei ricordi di ogni appassionato, aggiungendo negli aspetti fusion anche qualcosa del lirismo del Pat Metheny più orchestrale.




#28.Oceanic
Trappist
Non si discosta molto da queste coordinate un altro trio di Halifax, gli Oceanic, con il loro secondo album Trappist. L'album si pone in un'area vicina al djent ultra tecnico degli Animals As Leaders, anche se fortunatamente l'algido approccio della band di Abasi viene stemperato in una prospettiva più indirizzata alle dinamiche math rock e a stratificazioni strumentali psichedeliche e post rock. In definitiva gli Oceanic sono un'altra band da segnalare e tenere d'occhio, magari recuperando anche il primo album Origin.



#27.Dialects
Because Your Path Is Unlike Any Other
Con un solo EP alle spalle e con l'album d'esordio qui presente ancora da pubblicare, dal 2013 gli scozzesi (di Glasgow) Dialects hanno già alle spalle prestigiose partecipazioni a festival prestigiosi come ArcTanGent e nella serie di sessioni live in studio di Audiotree. Da queste poche tracce lasciate si era capito che il quartetto di math rock/post rock era da tenere d'occhio, andandosi ad inserire stilisticamente in un ideale incontro tra Three Trapped Tigers, Alpha Male Tea Party e Strawberry Girls. Il bagaglio d'esperienza accumulato in questi quattro anni di attività si palesa in tutta la sua potenza su Because Your Path Is Unlike Any Other che bilancia i toni aggressivi e le ritmiche inconsulte del math rock con i paesaggi sonori psichedelici descritti dal post rock.




#26.Chameleon Culture
The Universe Is A New Year's Day Parade
Nella propria biografia i Chameleon Culture citano influenze nobili come Jeff Buckley, Radiohead e Pink Floyd, ma di questi artisti vi si ritrova piuttosto la concezione di costruire flussi musicali indipendenti da una forma preimpostata. Nel rock sperimentale dei Chameleon Culture si possono invece rintracciare, a grandi linee, generi come blues, funk, indie rock e soprattutto psichedelia. E' quest'ultimo aspetto che viene sviscerato tramite suoni riverberati di chitarra, elettrici e celestiali, tastiere fluttuanti e la voce emozionale di Gaston che si estende con sicurezza tra acuti e crescendo, dando vita a delle jam torrenziali che ricordano un po' il modo di fare dal vivo di Prince. La cifra stilistica di The Universe is a New Year's Day Parade è proprio caratterizzata da un songwriting che predilige la lenta costruzione atmosferica del pezzo attraverso un inizio "di presentazione" che pone le basi per dei crescendo strumentali emotivi che possano coinvolgere l'ascoltatore. Un ottimo biglietto da visita che apre a prospettive ad ampio margine di crescita.





#25.A.M. Overcast
Drown to You
Tecnicamente un EP, ma per gli standard di Alex Litinsky alias A.M. Overcast Drown to You si tratta di un album a tutti gli effetti. Le trovate math pop che ogni volta vengono spremute e condensate in pochi minuti valgono come un full length.




#24.Lambhorn
Cascade
Come album d'esordio Cascade ha il pregio di imporre immediatamente un'identità sonora ai Lambhorn con i suoi peculiari intrecci suadenti e psichedelici di chitarre che formano una specie di post rock new age. La dimensione sonora rimane onirica anche nei momenti più accesi e l'evoluzione dei lunghi pezzi è ben orchestrata. Cascade imbocca una via più morbida e sommessa rispetto ai colleghi a cui piace alzare il volume dell'amplificatore ed è sicuramente da conservare come una delle migliori uscite post rock del 2017.




#23.Picturesque
Back to Beautiful
Back to Beautiful è un prodotto che va ad inserirsi nella scena contemporanea post hardcore americana ormai ricca di nomi, come Amarionette, Stolas e molti altri, cresciuta e affollata al pari di quella dei nuovi talenti chitarristici fusion djent. Le canzoni rimangono concepite per una durata essenziale e con delle strutture piuttosto convenzionali, ma in particolare sono le tessiture strumentali dei due chitarristi Zach Williamson, Dylan Forrester e del bassista Jordan MGreenway a creare tensione, facendo leva sul mettere in risalto la voce acuta di Kyle Hollis (del quale in giro si leggono lodi alla sua prodigiosa estensione vocale) e creando un mix melodico tra l'hardcore emo dei Circa Survive e le sezioni più aggressive vicine allo screamo dei Saosin.



 
#22.Tetrafusion
 Dreaming of Sleep
Il primo album in studio dei Tetrafusion dopo sette anni è un imponente e monolitico lavoro che unisce le digressioni pesanti del prog metal con le pratiche virtuose della fusion. Dreaming of Sleep definisce quindi un nuovo percorso per la band che ha avuto il suo preludio con il prezioso EP Horizons



#21.Once and Future Band
 Once and Future Band
Una delle sorprese dell'anno. I Once and Future Band, tra le altre cose, hanno aperto alcuni concerti dei Tool del 2017, però nel loro stile macinano con competenza un AOR anni '70, mischiando le raffinatezze degli Steely Dan e Todd Rundgren, le melodie pop dei Beatles, i primi Yes e i Supertramp in un caleidoscopio nostalgico, ma senza essere pedanti.

 

#20.Bent Knee
Land Animal 
I Bent Knee continuano a progredire nel loro unico mondo musicale. Il bello è che non puoi paragonarli a nessun'altra band in particolare, nella propria e particolare visione di art rock o avant pop, il sestetto di Boston produce uno stile molto teatrale, melodrammatico, sperimentale e accessibile allo stesso tempo che in Land Animal si mette alla prova spingendo il tutto al massimo delle possibilità. Sotto alcuni aspetti risulta meno complesso di Say So, ma paradossalmente è meno immediato, forse per i suoi arrangiamenti più meditati che guidano il tessuto strumentale su diversi fronti.




#19.Andromeda Mega Express Orchestra
Vula
Ascoltare un'orchestra con divertimento mentre ti mostra la sua abilità nel frullare le soundtrack degli anni '50, le big band anni '40, lo swing, il jazz e la sperimentazione della classica contemporanea non è cosa che si trova molto facilmente. Vula, terzo album in studio della Andromeda Mega Express Orchestra, riesce nell'impresa risultando cerebrale con leggerezza. 


#18.blis
No One Loves You
Il primo Lp dei blis si staglia all'orizzonte come un futuro nuovo classico nel calderone emo/post hardcore, applicando le giuste proporzioni tra potenza e malinconia saggiamente dosati su canzoni fieramente emo. Forse è anche per la voce androgina del chitarrista Aaron Gosset che aleggia un sottile paragone con i Sunny Day Real Estate e infatti No One Loves You aggiorna i canoni di Diary e LP2 per una nuova generazione di emo fan. Molto probabilmente il miglior album che potrete ascoltare quest'anno all'interno di questo genere.



#17.Everything Everything
A Fever Dream 
Come per i Dutch Uncles anche qui con gli Everything Everything ci troviamo di fronte ad una versione intelligente di pop rock con derive dance e new wave. L'album precedente del gruppo di Manchester mi aveva parzialmente deluso per un avvicinamento troppo marcato a dettami più commerciali, lasciando sullo sfondo la vena sperimentale. A Fever Dream si reimpossessa di quella forma e si spinge in meandri più dark del solito. Il loro album migliore dai tempi del primo capolavoro Man Alive




#16.Dutch Uncles
Big Balloon
Art pop, prog pop, avant pop, comunque la mettiate i Dutch Uncles, come i loro cugini Field Music, smontano la materia pop per ricrearla in modo intelligente e trascinante. La title-track per me rimane uno dei pezzi di punta del 2017, ma tutto l'album è un piccolo gioiello di maestria funambolica pop.



#15.The Swan Thief
II
Il secondo album degli Swan Thief è intriso di atmosfere lente e dilatate che si dipanano con pazienza. La band californiana suona un melodrammatico post rock comprensivo di voce, molto malinconico e atmosferico nella sua vorticosa veste sonica. Nel loro bilanciare aggressivi crescendo e romantici lenti mi fanno pensare agli indimenticabili contrasti sonori degli Aereogramme. Ogni cosa però qui concorre a creare dei lunghi e riverberati paesaggi sonori dove gli abbondanti 14 minuti dell'ultima traccia Edax Mare funzionano da catarsi e compendio finale.



#14.Nova Collective
The Further Side
Supergruppo di fusion progressiva moderna, come l'esordio degli Arch Echo i Nova Collective dimostrano talento virtuoso senza dimenticarsi della musica suonata con il cuore formato da musicisti ampiamente stimati nell'ambiente, ovvero il bassista Dan Briggs (Between the Buried and Me, Trioscapes), il chitarrista Richard Henshall (Haken), il batterista Matt Lynch (Trioscapes, Cynic) e il tastierista Pete Jones (ex-Haken).




#13.Tiny Hazard
Greyland
E' mai capitato di ascoltare un album pop che non sia per tutti? Greyland con le sue melodie folli e oblique è uno di questi. Art pop e avant-garde si uniscono in canzoni singolari, rese ancora più uniche dalla voce elastica e infantile di Alena Spanger. 




#12.Project RnL
Internet Releases
Internet Releases è il primo album degli israeliani Project RnL: pubblicato ufficialmente quest'anno, in realtà è un "best of" di tutti i pezzi che il gruppo ha realizzato negli anni e che circolava nei loro live da qualche tempo. Se conoscete gli Anakdota, band con cui i Project RnL condividono il cantante, anche loro vi colpiranno in modo positivo per quell'approccio fresco alla materia art pop con dosi ingenti di virtuosismo fusion e classico. Echi di Gentle Giant, ELP e Echolyn li rendono praticamente una garanzia.




#11.Charlie Cawood
The Divine Abstract
The Divine Abstract è un arsenale di musiche per strumenti a corde dalle connotazioni esotiche e spirituali. World music, new age, etno rock o quello che possono voler dire...Charlie Cawood, conosciuto per essere il bassista dei Knifeworld, compone un'opera suggestiva e dai contenuti colti e preziosi. 




#10.Twin Pyramid Complex
Jinx Equilibria
Uno dei lavori più ostici e forse controversi dell'anno, dove si incontrano caos e geometrie progressive risalenti come ispirazione ai The Mars Volta più sperimentali. Comunque la sua carica apocalittica è equivalente al fascino che nascondono in profondità le trame sonore.




#9.The Knells 
Knells II
Nel secondo album i The Knells cercano un approccio meno cerebrale, ma parlando di una band come questa è comunque difficile parlare di apertura verso canoni più accessibili. Rimane sempre la sperimentazione progressiva nei suoni psichedelici e sinfonici delle chitarre, nelle voci femminili utilizzate come in ambito classico, negli arrangiamenti art rock. Uno sguardo trasversale tra colto e popolare che ancora una volta trova la giusta formula per colpire dato che non c'è nessun'altra band che suoni come i The Knells.




#8.Elder
Reflections of a Floating World
Generalmente non sono un fan dello stoner rock e infatti il tanto lodato "Lore" non mi ha mai fatto scattare l'amore per gli Elder. Al contrario, Reflections of a Floating World mi ha convinto fin dal primo ascolto. Dei riff uno più memorabile dell'altro, cavalcate strumentali mai sopra le righe e un uso encomiabilmente gustoso del Mellotron per me ne fanno un nuovo classico del genere.




 #7.Icarus the Owl
Rearm Circuits
Al quinto album in studio gli Icarus The Owl mostrano una maturità inattesa che li rende capaci di modellare un pop punk complesso con dosi equamente divise di math rock, post hardcore, progressive e djent.



#6.DispersE
Foreword
I Disperse con il loro album precedente avevano tracciato una nuova affascinante via per il genere djent. Le visioni mistiche e zen del gruppo si sono ripercosse in un sound metal delle forti tinte psichedeliche e new age. Con Foreword si sono spinti in territori più accattivanti e, per così dire "pop", ma la sostanza rimane invariabilmente influenzata da architetture ambient. Forse qualcuno sarà rimasto deluso da questo leggero cambio di rotta, ma i Disperse si confermano tra i migliori rappresentanti del genere, che almeno tentano di dire qualcosa di nuovo.




#5.A Lot Like Birds
DIVISI
Un cambio di rotta inaspettato quanto ben orchestrato. Gli A Lot Like Birds perdono il cantato harsh di Kurt Travis e alleggeriscono le parti da experimental hardcore ma ne guadagnano in termini di melodie cristalline, trame chitarristiche propulsive, ritmiche meticolose e comunque un altro modo di approcciarsi con il prog hardcore. 



#4.Molly the Lollypop
 Party with Imaginary Friends 
Fresco ed inventivo duo formato da Andy Irwin e Sean Hilton che si inoltra nel prog metal avvalendosi di pesanti dosi di space rock mutuato da dance e trance-ambient. Sempre in bilico tra trip popedelico e aggressività post metal, Party with Imaginary Friends è un ascolto consigliato sia ai fan dei Porcupine Tree e Ozric Tentacles versione anni '90, sia ai moderni cultori del djent.



#3.Arch Echo
Arch Echo
La rivelazione metal-fusion dell'anno: gli Arch Echo portano una ventata di aria fresca nel sempre asfittico e affollato panorama djent con sonorità anni '80 che si incontrano con le evoluzioni sonore del presente.




#2.The Contortionist 
 Clairvoyant
Un cambio di direzione che sicuramente diviso i giudizi sul nuovo corso dei The Contortionist. Per quanto mi riguarda io sto dalla parte di chi ha apprezzato Clairvoyant perché nelle sue stratificazioni sonore è un album che ti invita a molteplici ascolti per arrivare in profondità e alla fine essere vittima del suo incantesimo. Ciò che colpisce è l'atmosfera monocromatica, nebulosa e ultraterrena: ogni traccia è differente, ma pare appartenga tutto ad un'unica suite con variazioni sul tema. Qui si va oltre il metal o il djent: un album prog di altra specie che con le sue tessiture strumentali avvolge e ipnotizza.




#1.Bubblemath
Edit Peptide
Una gestazione lunga tredici anni ha portato i Bubblemath ad un secondo album rifinito e complesso come un mandala. Math rock, progressive rock, avant-garde, jazz, fusion, art pop e ironia zappiana si connettono in una caleidoscopica e frenetica visione futurista della musica. A qualcuno potrà sembrare un freddo sfoggio di tecnica, ma c'è della genialità nella lucida follia dei Bubblemath. Saltando repentinamente da un umore all'altro è comunque completamente inutile assegnare un'atmosfera ben precisa ai brani, ma la cosa più incredibile ascoltando Edit Peptide è che nelle sue continue evoluzioni non dà l'idea di toccare generi ben precisi come metal, jazz, classica, folk, ma fluttua in un universo a sé stante. Questa è musica che, molto semplicemente (o meglio, complicatamente), si spinge ai limiti nella frenetica ricerca di qualcosa di nuovo, in due parole: "progressive rock" nella sua accezione più compiuta.

giovedì 21 dicembre 2017

Gli ultimi ascolti di dicembre


 Avevo presentato gli scozzesi Atlas: Empire nel 2013 al tempo del loro secondo EP Somnus. The Stratosphere Beneath Our Feet Part 1: For The Satellites risale al 2015 e mi era sfuggito, ma è un EP da non perdere, un passo avanti in cui il post hardcore progressive del gruppo si fa più profondo con forti impulsi di Oceansize, Aereogramme e Biffy Clyro vecchia maniera. Il gruppo, i cui 2/4 fanno parte anche dei Dialects, sta attualmente preparando l'album d'esordio previsto per il prossimo anno.



Secondo EP dell'anno per il chitarrista dei Disperse Jakub Zytecki. Questo Ladder Head e il suo gemello Feather Bed, pubblicato in aprile, formano un ideale album unico che stilisticamente prosegue l'estetica di Foreword, terzo album in studio dei Disperse uscito ad inizio anno.



VAVÁ è lo pseudonimo usato dalla chitarrista e cantante Vanessa Wheeler che ha aperto i recenti concerti dei The Dear Hunter. The Other Side è il suo EP di esordio.



Cobalt Blue è un quintetto brasiliano che ha pubblicato il proprio primo album ad aprile ed è un'interessante rilettura dei canoni marsvoltiani in una chiave più blues e psichedelica, ma meno cervellotica.



The Venus De Melos è un duo formato da Mikhail Kokirtsev e Francisco Garcia i quali in questa uscita risalente al 2015 si dedicano ad un math prog rock in qualche inclinazione di nuovo debitore dei Mars Volta.