domenica 22 ottobre 2017

The Knells - Knells II (2017)


Nel 2013 il primo album dei The Knells fu una folgorazione: il gruppo si presentò come un atipico ensemble tra il Rock In Opposition e il neoclassico che affiancava alla caratteristica formazione rock con chitarra, batteria e basso, tre cantanti con impostazione operistica e una sezione di archi. Il risultato fu un sound unico che fondeva avant-garde, psichedelia, minimalismo e progressive rock. La formula perfettamente messa a fuoco su The Knells non era priva di rischi nel ripetersi e il chitarrista e compositore Andrew McKenna Lee, autore principale e leader del gruppo, deve essersi posto di fronte a questo scoglio da superare affrontando la stesura del secondo capitolo della sua band.

Knells II, in uscita il 10 novembre per l'etichetta personale di McKenna Lee Still Sound Music, si pone quindi verso un'impostazione differente rispetto al suo predecessore, sia formalmente che stilisticamente. L'album è presentato di nuovo come un concept che questa volta prende le mosse da sentimenti fortemente influenzati dal lutto per la morte del padre di McKenna Lee e da qui riparte con tematiche che esprimono e augurano positività verso il futuro, usando la catarsi creativa come mezzo per lenire il dolore e riportare alla pace con se stessi. Quindi, come era accaduto per il suo predecessore, anche in questo caso non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio racconto che tiene le fila, ma ad una disamina delle nostre sensazioni più profonde.

Forse, maggiormente che nel primo album, la chitarra di McKenna Lee è più che mai presente e protagonista in ogni suo mutamento di sound: quando, tra echi e riverberi, si produce in arpeggi extraterreni, siderali note prolungate e loop elettrici che pennellano spirali e paesaggi astratti, aiutata anche dalla seconda chitarra di Paul Orbell. La preponderanza delle sei corde è pressoché naturale vista la scelta di non ricorrere ad una sezione di archi e limitare, o porre in secondo piano, gli interventi di tastiere. Il cantato di Nina Berman (soprano), Charlotte Mundy (mezzo-soprano) e Blythe Gaissert (contralto) è a tratti unifomre e a tratti celestiale, distaccandosi notevolmente da quell'impressione alla Hatfield and the North del primo album per assumere un'identità propria, come se ad interpretare fosse un'unica cantante dalla voce stratificata per quanto la resa emerge compatta. L'impasto strumentale e vocale rimane quindi di grande impatto e alquanto incomparabile nel panorama progressivo, con l'ulteriore pregio di non sfociare mai nelle stucchevoli aree sinfoniche, in modo che i The Knells riescono a ritagliarsi nel genere una collocazione al di fuori di ogni confine predefinito.

Anche se i brani sono divisi in tracce, la struttura di Knells II può essere letta come composta da piccole suite: ad esempio First Song confluisce nelle spirali di Interlude I e Could You Would You, mentre un altro gruppo è formato dalle peregrinazioni psichedeliche di chitarra tra Coda, Bargaining e Final Breath. Separate nel loro nucleo, comunque, queste tracce mostrano una direzione ben più diretta e asciutta, nella stessa prospettiva imboccata da Sub Rosa, dato che i suoi elementi più accessibili traghettano l'album verso orizzonti art rock, piuttosto che strettamente progressivi. Con tale consapevolezza non stupisce neanche l'insolita virata nel blues elettronico/futurista di Poltergeist. Con Knells II McKenna Lee riesce quindi nel duplice intento di rinnovare la sua proposta musicale e allo stesso tempo renderla accessibile. Non c'è dubbio che a questo punto il terzo capitolo costituirà una nuova sfida.



http://theknells.com/

domenica 15 ottobre 2017

Thumpermonkey - Electricity (2017)


In anticipo sull'album Make Me Young, Etc che uscirà nel 2018, i Thumpermonkey decidono di placare l'attesa (mancavano dalla scena discografica da cinque anni) con questo EP dal titolo Electricity, oltretutto un mini concept ispirato ad un antico libro illustrato di Albert Bleunard risalente al 1889 e dal titolo Babylon Electrified. La musica dei Thumpermonkey continua a percorrere strade di confine: è potente e affilata come il post hardcore, ma non lo è; è cerebrale e complessa come il prog, ma non è prog. Il gruppo guidato da Michael Woodman è interessato più che mai a costruire atmosfere, quadri sonori e tensioni prolungate come fanno nei primi due brani Garmonbozia e Tzizimine.

Arrivando alla terza traccia This is Not a Fire si può affermare che i Thumpermonkey hanno messo da parte le qualità più eccentriche di Sleep Furiously in favore di in un prog rock dark ed elettrico, creando un EP dalle caratteristiche compatte e omogenee spezzate solo nel finale dal piano sinistro di Woadscrivened. E' in quest'ultimo pezzo ce si trova l'essenza della musica della band, il piano suonato dal polistrumentista Rael Jones (compositore di musiche per note serie tv e candidato agli Emmy) crea un intreccio minimale che si scontra con improvvise esplosioni elettriche: i saliscendi quiet/loud sono altra caratteristica che mantiene vivo l'incedere strumentale in un flusso sonoro che non ha bisogno di essere imbrigliato nei soliti schemi strofa/ritornello. Electricity per ora non dà indizi su come (e se) si è evoluto il carattere stilistico della band, ma è un temporaneo palliativo in attesa della prossima più corposa uscita.






http://thumpermonkey.com/

sabato 14 ottobre 2017

The Ed Palermo Big Band - The Adventures Of Zodd Zundgren (2017)


Se nella copertina Ed Palermo ha deciso di rappresentarsi come il fittizio supereroe che dà il titolo al suo nuovo album, all’interno del booklet ci spiega che il buffo nomignolo, per chi non lo intuisse, fa riferimento ai suoi personali e reali eroi musicali che il musicista vuole celebrare: Frank Zappa e Todd Rundgren. Non è la prima volta che Palermo omaggia Zappa (sia su album che dal vivo), ma questa volta la scelta di affiancargli la penna pop rock di Rundgren non è un caso, ma sottolinea un legame musicale tra i due compositori e cantautori che più di una volta ha fatto accostare le loro strade stilistiche. Entrambi cultori di una musica totale che possa superare le proprie possibilità in ambizione e versatilità, partendo dalla musica popolare per accostarsi spregiudicatamente a quella colta. Ascoltando gli arrangiamenti per orchestra di Palermo è molto semplice intuire l’affinità che si insinua tra le composizioni di Rundgren e Zappa, un terreno praticamente fertile per essere reintepretato in versione big band jazz, swing e be-bop. Una relazione resa ancora più evidente nella scelta di presentare il disco con i brani che confluiscono l’uno nell’altro, senza soluzione di continuità, come fosse un grande tour de force. 

Nell’infinito catalogo zappiano, Palermo sceglie più o meno pezzi che rappresentano capisaldi della sua produzione tipo Montana, Peaches En Regalia e Zoot Allures. Ma quando si tratta di pescare nell’altrettanto corposa discografia di Rundgren arriva qualche sorpresa che pone accanto alla famosa Hello It’s Me materiale poco noto estrapolato da album meno celebrati come The Ever Popular Tortured Artist Effect (Emperor of the Highway, Influenza) o il suo secondo lavoro da solista Runt. The Ballad of Todd Rundgren (l’intensa Wailing Wall) e quello dei Nazz (Kiddie Boy), prima band del musicista di Philadelphia. Il motivo è spiegato dallo stesso Palermo che ha voluto marcare il contrasto tra il ruvido sperimentalismo di Zappa con il romanticismo da cuore infranto di Rundgren. Il tutto viene comunque reso con una vena briosa e disinvolta, sottolineata da intensi contrappunti di fiati che si ritagliano anche inediti spazi solisti. Per i fan dei due artisti un album da non perdere.

giovedì 12 ottobre 2017

VIS - No Consequence EP (2017)


Il gruppo post hardcore di Los Angeles VIS aveva esordito nel 2014 con l'EP No Waves, molto valido, che avevo segnalato nelle mie varie scoperte mensili di quell'anno. Dopo aver pubblicato due singoli qualche tempo fa, i VIS sono ora arrivati alla pubblicazione del secondo EP No Consequence, aggiungendo altri due inediti per un totale di quattro tracce. Anche se nel tempo trascorso la band è riuscita a realizzare solo un nuovo EP, è stato comunque annunciato dal quartetto di stare ultimando i lavori per il loro album d'esordio previsto per l'anno prossimo.

domenica 8 ottobre 2017

Dave Kerzner e il tributo a "The Lamb Lies Down on Broadway"


La prima edizione del ProgStock Festival, che si terrà dal 13 al 15 ottobre a Rahway, NJ, e doveva ospitare, tra le altre cose, gli Echolyn come headliner e un tributo a Kevin Gilbert con Randy McStine alla voce (Lo-Fi Resistance), Dave Kerzner alle tastiere e Nick D'Virgilio alla batteria, da un lato non è stata molto fortunata: prima ha dovuto incassare la rinuncia degli Echolyn a causa di una tendinite di Chris Buzby; in seguito, alcuni impegni sopraggiunti di McStine, hanno impedito a quest'ultimo di confermare la sua presenza al festival con la conseguente cancellazione del tributo a Gilbert.

A questo punto Kerzner è diventato il protagonista che dovrà colmare i buchi lasciati da queste defezioni, cercando, dall'altro lato, un modo di rimediare per mantenere almeno un legame con il programma iniziale. Oltre quindi a presentare per intero dal vivo il suo nuovo album come solista Static, Kerzner suonerà anche delle selezioni da THUD, l'album solista di Gilbert del 1995, in più con l'aiuto di Francis Dunnery dedicherà una parte dello show ad alcuni brani tratti da The Lamb Lies Down on Broadway del Genesis, omaggiando in questo modo trasversalmente anche Gilbert che suonò con lui il capolavoro dei Genesis nella famosa edizione del ProgFest del 1994.



Una cosa che non sapevo è che da qualche anno Kerzner, con il suo vecchio progetto Sonic Elements, stava lavorando anche ad un album tributo a The Lamb Lies Down on Broadway che sarebbe stato previsto per una pubblicazione nel 2015 e con ospiti lo stesso Dunnery, Nick D'Virgilio, Billy Sherwood (Yes), Steve Rothery (Marillion), Dan Hancock (Giraffe), Martin Levac (The Musical Box), Nad Sylvan (Steve Hackett). La rivisitazione pare prendere le mosse dal tributo realizzato da Nick D'Virgilio con il suo Rewiring Genesis nel 2009, il quale integrava un'orchestra sinfonica per dare un respiro quasi cinematografico alle tracce. Finora comunque possiamo farci un'idea da questi clip caricati da Kerzner su Soundcloud:










venerdì 6 ottobre 2017

Kevin Gilbert book translation project

Quasi un anno fa ho pubblicato un libro su Kevin Gilbert che ha suscitato, logicamente, più interesse all'estero che in Italia. Qualche fan straniero mi ha esortato nel provare a tradurre il libro anche in lingua inglese, ma quello del traduttore non è proprio il mio lavoro. Da allora ho provato a cercare qualcuno in grado di svolgere questo compito e finalmente l'ho trovato. Quindi, un po' per gioco, mi sono imbarcato in un'avventura che non so come andrà a finire: usare la piattaforma Kickstarter per finanziare la traduzione in inglese del libro. La decisione è stata presa più che altro dal fatto che ho scelto di non percepire alcun guadagno dal libro e lo status di culto di Gilbert a livello di popolarità è un po' un'incognita sul piano vendite.

Il prezzo finale è un po' ambizioso, anche se non è una cifra folle (con esso voglio solo pagare il lavoro altrui di traduzione, la stampa e le spese di spedizione), ma fortunatamente per ora i fan d'Oltreoceano sembrano essere generosi e in meno di due giorni il mio progetto ha raggiunto 17 "backers" che è più di quello che mi aspettassi. Anche se non raggiungerò il mio "final goal", per ora sono molto soddisfatto e se conoscete qualcuno che potrebbe essere interessato alla versione inglese di un libro su Kevin Gilbert passate parola!

Last year I've published indipendently a book about Kevin Gilbert written in Italian. Obviously some English speaking Kevin fans have expressed their interest on this book, but I'm not good as a translator so, since then, I've tried to find someone who did a proper job of translation. At last I've found the guy, but I can't afford the fee without being sure to sell at least a certain amount of copies. So, here I am on Kickstarter if you want to help me out to fund this project and want your English version of the book. I've set the final goal adding only the print and shipping costs, I am not interested in earning money from the book, but only in the translation.

With this book I've tried to give a chronological shape to Kevin's career collecting all the facts I've found in interviews and web resources, plus I have added my thoughts about his music and every album from his early days with NRG and Giraffe, his breakthrough on music biz with Toy Matinee and Tuesday Music Club, until his last masterpiece "The Shaming of the True" and the band Kaviar. A full discography with his collaborations and productions is also included.
Useful informations:
  • 122 pages
  • Dimesions: 10,8cm x 17,48cm 
  • Original cover artwork (back and front) by longtime Kevin Gilbert fan Lennart Fagerman

giovedì 5 ottobre 2017

Jeremy Enigk - Ghosts (2017)


Tra le tante ingiustizie che popolano questo mondo una di queste è il fatto che un cantautore della statura di Jeremy Enigk per pubblicare un nuovo album sia costretto ad aprire una campagna Pledge Music al fine di autofinanziarsi, poiché sprovvisto di contratto con una casa discografica e della relativa distribuzione. E' ciò che è accaduto per Ghosts, una nuova collezione di brani che arriva a otto anni di distanza da OK Bear, ultima testimonianza in studio dell'ex frontman dei Sunny Day Real Estate, e che Enigk ha cominciato a scrivere proprio in contemporanea al lancio di questo progetto nel marzo 2015. Per due anni Enigk ha lavorato, tenendo informati dei suoi progressi i fan che hanno preso parte al crowfunding e Ghosts (in uscita il 13 ottobre) non ha deluso le attese.

L'album si fonda su atmosfere intime e raccolte, utilizzando spesso strumenti acustici con Enigk che si divide tra pianoforte e chitarra, come di recente ha fatto negli ultimi live nei quali ha presentato in anteprima qualche brano. In questo, Ghosts sembra più un seguito del crepuscolare World Waits (sopratutto quando si siede al piano per Victory) piuttosto che dell'elettrico OK Bear. Ciò che rimane invariato è la capacità vocale di Enigk di aggiungere un'intensità pazzesca ad ogni canzone a partire dallo spettacolare trittico d'apertura formato da Light and Shadow, The Long Wait is Over e Amazing Worlds. L'album nella sua totalità è insomma un'immersione completa nelle malinconiche ballate di Enigk, deliziandoci con alcune scarne elegie, sorprendentemente rafforzate da una sezione di archi (Emptry Row, Days Design), altre quasi in sintonia con l'estetica emocore dei tardi Sunny Day Real Estate (Sacred Fire, Onaroll) che si incontrano sia con la vena folk di How It Feels to Be Something On che con quella epica di The Rising Tide. Per Enigk il tempo sembra essersi fermato: come detto, la sua voce è più espressiva che mai, dalla sua penna continuano a scaturire piccole sinfonie acustiche dal grande respiro e Ghosts è un nuovo capitolo di un artista che dovrebbe avere più riconoscimenti.

domenica 1 ottobre 2017

Altprogcore October discoveries


Il secondo EP degli It Came From Space, dal titolo Kaleidoscope, contiene un energico post math rock strumentale fatto di riff e ritmiche intricate dove ogni membro cerca di spingere la propria presenza al limite, mostrando un sound coeso e ben amalgamato sia negli interventi psichedelici che in quelli hardcore.


Il quintetto di Sheffiled King Capisce, che comprende in organico ben due sassofonisti, si presenta al pubblico come una band che unisce post rock e jazz. Il nuovo album Memento Mori continua sulla scia dei due precedenti, impegnandosi appunto nell'unire le suggestioni "cinematiche" del post rock e le modernità del jazz associato al math rock.



La band canadese Estan prende il nome dal proprio leader polistrumentista Estan Beedell e The Vanity of Reason, album che risale al 2015, è un delizioso excursus nel pop orchestrale avanzato e sperimentale con influenze da musica classica, jazz e progressive rock vintage (Moog, Rhodes e Hammond danno un bel tocco di malinconia sixties). Fondendo la sensibilità e l'attenzione per gli arrangiamenti dei Field Music con l'ausilio di fiati, polifonie e minimalismo, il risultato è un piccolo capolavoro di art pop.



Chitarrista e tastierista, Gavin Leeper ha creato il progetto Leapah nel 2014, pubblicando solo due singoli e ora questo EP Balance. Se nell'ultimo singolo Borken China del 2016 di fattura funk-jazz-pop compariva la voce, il nuovo lavoro si dedica invece a diverse sfaccettature di musica strumentale elettronica, jazz, breakbeat e progressive rock, componendo un mosaico eterogeneo di stili che comunque si amalgamano in sonorità riconoscibili nel contesto totale.

lunedì 25 settembre 2017

Mercury Sky - Infra EP (2017)


Forse in questo periodo qualcuno di voi sta ascoltando l'ottimo In Contact degli australiani Caligula's Horse, i quali nel loro tour di presentazione dell'album si apprestano a condividere il palco con la band di Sydney Mercury Sky che ha appena pubblicato il suo secondo EP Infra. Pare che guardando ai gruppi che provengono dall'Australia non ci sia veramente niente da buttare e la loro inclinazione a produrre rock progressivo, metal, post, djent, fusion e quant'altro sia attuale al momento non è seconda a nessuno. Dopo aver realizzato un omonimo EP nel 2014, i Mercury Sky fanno un notevole passo avanti su Infra, co-prodotto da Dave Petrovic (che in passato ha collaborato con i Cog), presentando un pugno di canzoni che ripartono dal progressive hardcore dell'esordio, ma miscelato con una maturità maggiromente consapevole nel gestire le possibilità di trame più complesse e intercalare passaggi atmosferici con momenti aggressivi tecnicamente elaborati come nella traccia di apertura Sosonal oppure attraverso ottimi bilanciamenti tra hardcore melodico e echi di metal psichedelico su SleepDreamWake. Il merito va imputato sopratutto dell'interplay tra i due membri fondatori Keiren Lovett (chitarra) e Keiran Berry (batteria) che quasi si ispirano alle evoluzioni heavy dei Coheed and Cambria, Fair to Midland e Circa Survive. Se poi aggiungiamo all'equazione anche la voce di Kay Thatch che è un misto di Anthony Green e Geddy Lee, possiamo inserire al sound anche un tocco di Rush. Se però lasciamo da parte i paragoni, e comunque pensiamo alle tracce di Infra come vicine all'altrenative rock di matrice americana, i Mercury Sky mostrano un'abilità tecnica molto avanzata per un gruppo di questo genere.


martedì 19 settembre 2017

Circa Survive - The Amulet (2017)


All'inizio di quest'anno i Circa Survive hanno ricordato il decimo anniversario di On Letting Go, uno dei loro album più amati, con un grande tour celebrativo e oggi siamo qui a parlare del sesto album in studio The Amulet che arriva a tre anni di distanza da Descensus. Proprio con On Letting Go la band di Philadelphia era riuscita a conquistarsi una fetta di pubblico più ampia dopo l'esordio con Juturna, ponendosi sulla scia di quel progressive hardcore in stile Coheed and Cambria chedurante quel periodo stava vivendo la sua stagione migliore, tanto da creare una vera comunità musicale attorno all'etichetta Equal Vision Records.

Dieci anni e quattro album dopo ritroviamo i Circa Survive con The Amulet in una versione adulta di ciò che era quel genere. Come i loro fan anche loro sono cresciuti, hanno messo su famiglia e anche la testa a posto, quindi l'ispirazione ha seguito questa crescita rispecchiandosi nelle scelte stilistiche. Non ci sono più ritornelli catchy, non ci sono più le caratteristiche dinamiche quiet/loud, ma soprattutto non ci sono più punti di paragoni con gli colleghi. The Amulet presenta un gruppo stilisticamente emancipato che ha trovato una propria identità sonora, anche se non è semplice penetrare nell'essenza delle canzoni presenti nell'album a causa di elementi melodici talvolta sfocati. I Circa Survive non suonano più un post hardcore progressivo per adolescenti, ma nella loro maturità sembrano aver raggiunto un rapporto intellettuale con il proprio sound simile ai Dredg.

Come per Juturna, qui siamo di fronte ad un lavoro che va assaporato lentamente: all'inizio può lasciare perplessi e indifferenti proprio per la sua omogeneità nel fluire tra un brano e l'altro, però poi si faranno strada alcuni particolari e qualità nascoste. La maggior parte della musica composta per l'album conserva una miscela hard psichedelica, ancora e sempre orchestrata dall'interplay delle chitarre di Colin Frangicetto e Brendan Ekstrom, che sembra non avere contorni ben definiti ma sfumature frutto, ora più che in passato, di sessioni di scrittura fatte di jam collettive e improvvisazioni trasformate in strutture. Sicuramente non è un album che convincerà tutti, dato che comunque resta nell'aria qualcosa di lasciato in sospeso che dipende forse dalla rinuncia nella ricerca di trame più complesse ed incisive.

sabato 16 settembre 2017

The Dear Hunter - All Is As All Should Be EP (2017)


L'improvviso annuncio di punto in bianco di una nuova produzione a firma The Dear Hunter è motivo di un'ulteriore sorpresa. Questa volta si tratta di un EP che spezza di nuovo la narrazione dell'epopea degli Act, come fece Migrant, spiazzando coloro (praticamente tutti credo) che si aspettavano una continutà con l'imminente conclusione del sesto capitolo del quale però è stato già annunciato che si tratterà di qualcosa di speciale, forse anche di natura extra musicale. Nel comunicato che accompagna All Is As All Should Be (in uscita il primo dicembre) si accenna però a qualcosa di altrettanto particolare e cioè che nella sua realizzazione sono stati coinvolti anche fan e amici della band, come una sorta di sessione di scrittura aperta ad una famiglia estesa. Come si sia proceduto durante le fasi di produzione non è dato sapere, comunque forse è un riferimento al "Summer Camp" che i The Dear Hunter avevano organizzato questa estate e che avrà portato alla stesura collaborativa delle sei tracce qui incluse.

We’ve never had a hit song—never been invited to a late night talk show—never had a song in a movie… but somehow, we are here in a place I never imagined possible. The Dear Hunter has been able to become the band we are today due to over a decade of passionate support from so many of you.

When I wrapped up Act V, and we discussed our touring plans to support it, I felt it could be a great opportunity to do something we hadn’t done before. After navigating through a few different ideas, one hit me, and within a few seconds, I was committed to seeing it realized. Our goal would be to invite our friends—fans of the band—into the creative process… to be a conduit for their hearts and minds.

In the past, I’ve been clear about my desire to create for myself—to try and cut out the idea of perception while writing—to essentially pretend the music will never be heard until it is. This is different. While every single one of you is wholly unique, this EP, and these people, represent the extended family of The Dear Hunter - all of you leaving a fingerprint on these songs, and this project.
Thank you for everything you have done, and continue to do, for us.
Thank you for this EP. - CASEY AND THE DEAR HUNTER

Tracklist:
The Right Wrong
Blame Paradise
Beyond the Pale
Shake Me (Awake)
Witness Me
All Is As All Should Be

http://thedearhunter.com/



In altre news, è da poco stata realizzata la seconda ristampa della graphic novel ispirata a Act I: The Lake South, the River North e sembra che l'intenzione di Casey Crescenzo sia quella di completare il progetto anche con le altre parti. Purtroppo il prezzo con l'aggiunta delle spese di spedizione per l'Europa è abbastanza elevato.

venerdì 15 settembre 2017

Arcane Roots - Melancholia Hymns (2017)


Lo so che là fuori c'è gente che non ama le classificazioni quando si parla di generi musicali, figuriamoci di sottoclassificazioni, eppure, sembrerà strano anche agli artisti interessati che sono i primi ad odiarle, ogni tanto aiutano a descrivere in maniera sintetica una deviazione dal filone principale. Ad esempio, adesso capita sempre più spesso di leggere il termine "atmospheric metal", ma non credo che ancora nessuno abbia coniato il termine "atmospheric post hardcore" che è ciò che mi sembra più vicino a quanto realizzato dagli Arcane Roots nel loro secondo album Melancholia Hymns in uscita oggi.

Devo dire che nel 2011 questo trio inglese che spuntò fuori con l'EP Left Fire riuscì ad incuriosirmi grazie ad un post hardcore con ambizioni progressive reminiscente degli At the Drive-In e dei The Mars Volta. Mi impressionò un po' meno il loro album di debutto Blood and Chemisty (2013) che non possedeva la stessa urgenza espressiva e ne sublimava leggermente la formula che comunque è stata ben ripresa e personalizzata in seguito dall'EP Heaven and Earth. Dopo aver dato l'addio al batterista Daryl Atkins, Andrew Groves e Adam Burton hanno reclutato Jack Wrench e si sono imbarcati in questa seconda prova che segna il più importante punto di svolta nella carriera della band dal punto di vista stilistico, mostrandola impegnata nel cambiare il proprio assetto sonoro con sfumature in passato assenti. Melancholia Hymns si apre con un tappeto sostenuto e in crescendo di tastiere, in seguito si aggiungono voci celestiali fino a che il brano prende corpo nella propria struttura, con altre tastiere e altri crescendo, in quello che sembra essere un preambolo al cammino di tutto l'album.

La maggior parte dei brani è costruita a grandi linee proprio in questa maniera: si parte sommessamente con tastiere atmosferiche che consolidano una tensione, la quale percepiamo scaturirà in qualcosa di più grande, attraverso lo sfoggiò di chitarre elettriche e potenti bordate hardcore, cosa che puntualmente avviene (Curtains, Everything (All at Once), Matter). L'aspetto inedito che questa volta hanno provato a testare gli Arcane Roots è il forte contrasto trasmesso dai vari registri di tastiere e qualche intervento di batteria elettronica che si impongono nell'estetica sonora come un richiamo ai contemporanei ritorni alla synthwave (Arp, Indigo), ma che li avvicina anche al modo di operare di band che stanno coniugando caratteristiche antitetiche, tra arie intimiste e sonorità più aggressive, come stanno facendo gli Sleep Token ad esempio (in questo caso citerei Fireflies come paragone). Alla fine però Melancholia Hymns sembra soffra del ripetersi di queste soluzioni e sulla lunga distanza perde quel fascino che comunque sicuramente trattengono alcune tracce se prese singolarmente. Una musica che in ogni caso acquista in suggestività se abbinata alle giuste immagini come il video di Curtains sta a dimostrare.






mercoledì 13 settembre 2017

La magia di JYOCHO e Uchu Conbini


Il chitarrista Daijiro Nakagawa ritorna alla guida dei JYOCHO con il secondo mini album a meno di un anno di distanza dal primo. Visto l'ascendente che il giovane ragazzo di Kyoto si è conquistato nei confronti del sottoscritto in quest'ultimo periodo, prima di parlare in modo completo dei JYOCHO, credo sia utile andare a ritroso risalendo alla sua band precedente chiamata Uchu Conbini per capire in pieno l'importanza e il valore del suo lavoro. Dato che il principale compositore è sempre stato lo stesso Nakagawa è logico che tra i due gruppi sia presente una continuità di stile. Tutto ciò che circonda gli Uchu Conbini sa di magico a partire dalla musica, così complessa nel costruire intricati e veloci arpeggi, tapping, poliritmie e imprevedibili svolte tematiche, eppure così semplice da interiorizzare e apprezzare. Merito della maestria tecnica di Nakagawa nel creare sognanti tessiture aromoniche con la sei corde, ma anche della dolce e delicata voce della bassista Emi Ohki e della versatile batteria di Yuto Sakai che insieme si fondono in canzoni math rock dalla sensibilità pop, anche se i giapponesi sono così avanti che fanno ricadere gruppi come gli Uchu Conbini nella categoria tutta giapponese chiamata J-Pop.

Il progetto nasce dalla volontà di Nakagawa nel creare una musica di forte suggestione e grandiosità, fondendo influenze per lui basilari come il progressive rock, il post rock e il midwest emo con un riferimento particolare al primo lavoro degli American Football di Mike Kinsella, che Nakagawa cita come uno dei suoi album preferiti. Inizialmente l'idea del gruppo era suonare musica strumentale, ma la passione di tutti e tre i membri per il pop diede l'occasione a Nakagawa di convincere la Ohki, in principio ritrosa, a farsi carico delle parti vocali. Gli Uchu Conbini realizzano così nel giro di poco tempo solo due mini album da favola che sono 染まる音を確認したら (Somaru Oto wo Kakunin Shitara - Feel The Dyeing Note) nel 2013 e 月の反射でみてた (Tsuki No Hansha De Miteta - I Looked By The Reflection Of The Moon) nel 2014. "Album bonsai" verrebbe da chiamarli per quella loro perfezione nell'accostare complessità e melodie dalla disarmante bellezza, senza esagerare il concetto di variazione attraverso motivi ricorrenti e temi riconoscibili costantemente rimessi in discussione dalla sezione ritmica e dalla chitarra che si destreggia tra linee armoniche e melodiche in un registro ultra clean. Purtroppo neanche il tempo di essere apprezzati in pieno durante la loro attività che gli Uchu Conbini si separano per divergenze artistiche nei primi mesi del 2015, dando un ultimo concerto di addio il 13 marzo di quell'anno e continuando comunque ad avere un crescente successo postumo. 8films, Pyramid, EverythingChanges e Sepia Iro no Shasou Kara sono praticamente diventati nel tempo dei brani di culto per chi apprezza questo genere.







Il fatto che gli Uchu Combini non siano stati dimenticati, ma anzi sempre più persone li stanno scoprendo, è forse anche merito del piccolo culto che si sta creando attorno alla nuova band di Nakagawa, i JYOCHO. Dietro al microfono c'è ancora una voce femminile, quella di Rionos, cantante di Tokyo che Nakagawa ha trovato tramite Twitter, ma questa volta da trio il nucleo si allarga a quintetto, aggiungendo alle tessiture strumentali anche tastiere e flauto, pur rimanendo questa volta indicato come un progetto solista di Nakagawa. Lo scorso anno è uscito il primo mini album 祈りでは届かない距離 (Inori dewa Todokanai Kyori - A Prayer in Vain) che ha suscitato di nuovo ampi consensi, riprendendo a grandi linee il discorso interrotto dagli Uchu Conbini.

Ad una prima impressione sembrerà che non sia cambiato molto nel passaggio tra i due gruppi, a parte appunto le sfumature più ricche donate dagli strumenti aggiunti. Eppure i JYOCHO si distinguono dagli Uchu Conbini più che altro ad un livello meno superficiale e squisitamente esecutivo. Con i JYOCHO, Nakagawa si rende ancor più accessibile e vicino a canoni pop, limitando le sterzate ritmiche in favore di scelte più lineari, anche tematicamente, facendo leva su sezioni ripetute e melodicamente simili di modo che rimangano ben impresse. Non che manchino le poliritmie, ma in questo caso si percepiscono in minor misura imprevisti di percorso ben camuffati in una veste che dona fluidità anche ad un contesto comunque fondato sulle geometrie virtuose del math rock. Oggi viene realizzato il secondo mini album 碧い家で僕ら暮らす (Ao ika de Bokura Kurasu - Days in the Bluish House) che segna l'importante arrivo nei JYOCHO della nuova cantante Keiko Kobayashi (proveniente dalla band heliotrope e attiva anche come solista con il nome di Nekota Netako) che sostituisce Rionos a causa del suo rifiuto di esibirsi dal vivo. Days in the Bluish House riesce ancora meglio a creare un ponte tra gli Uchu Conbini e i JYOCHO recuperando quel gusto per ritmiche jazz e articolati andamenti aromonici (The Bluish House), aggiungendo anche un'ingente parentesi di lirismo acustico (Hills, A True Figure of). Ora, a tutti coloro che si aspettano un giudizio, direi che è quasi superfluo, Daijiro Nakagawa si è distinto per una produzione discografica impeccabile e una vena costantemente ispirata che non accenna a spegnarsi. Una discografia da possedere nella sua totalità.






 http://jyocho.com/

martedì 12 settembre 2017

The Contortionist - Clairvoyant (2017)


Di recente neanche per il cambio di rotta di Steven Wilson ho visto tanto astio come quello riservato ai poveri The Contortionist nel momento in cui hanno pubblicato i singoli tratti dal nuovo album Clairvoyant. Una buona percentuale di commenti a margine nei vari social network (quindi non la maggioranza, precisiamo) fanno trasparire una certa delusione dei fan di vecchia data per il nuovo corso intrapreso dalla band, liquidato senza pietà come noioso, piatto, svogliato, fino ad arrivare al meno politicamente corretto "cos'è questa merda?" o altri più nostalgici che rimpiangono il vecchio cantante Jonathan Carpenter. Fin qui si dirà, è solo l'opinione di singoli e intransigenti sostenitori che non accettano come i The Contortionist siano diventati effettivamente un'altra band rispetto ai primi due album. In più le recensioni che stanno uscendo in anteprima, se positive mettono le mani avanti e sottolineano come Clairvoyant sia un album divisivo, se negative non ci vanno alla leggera sui giudizi, imputando una parte della responsabilità, appunto, alla voce di Michael Lessard così poco espressiva e monocorde.

Quindi per chi vivesse su Marte ecco cosa è successo in breve: i The Contortionist erano una band di technical death metal con uso abbondante di harsh e growl vocali, con l'arrivo di Lessard nel 2013 al posto di Carpenter la cosa si è di molto attenuata sul precedente Language, lavoro che comunque ha riscosso consensi unanimi, ora con Clairvoyant questo vezzo è scomparso del tutto (a voler fare i pignoli però ogni tanto si sente ancora qualche harsh in sottofondo, ma non ci interessa) e d'ora in avanti Lessard canterà esclusivamente in un registro clean. La scelta compiuta dal gruppo non è una novità nel panorama metal, ci sono altre band che hanno compiuto questo salto, ma sembra che per i The Contortionist il passaggio sia stato più traumatico. Il gruppo aveva comunque fatto presagire tale direzione con l'appendice a LanguageRediscovered, realizzata dopo un anno con quattro brani tratti da questo album reintepretati in chiave più intima.

Ed è così che per l'abbandono di queste scelte estetiche aggressive, infine i The Contortionist sono entrati nella mia traiettoria, oltre ad essere uno dei pochi a sostenere che se Language fosse stato concepito come Clairvoyant nella sua diversità ne avrebbe giovato, penso che quest'ultimo sia nettamente superiore. A parte la questione sull'uso della voce infatti i prodromi del cambiamento nel sound e nel metodo di composizione del gruppo partono proprio dall'album precedente e qui prendono contorni ancor più radicali e netti. I The Contortionist abbracciano in modo deciso un atmospheric prog nel quale tutto avviene in funzione di una visione meditativa e quasi mistica del metal, tanto che ormai la definizione stessa va loro stretta.

Clairvoyant è un album che richiede un confronto perché è inevitabilmente legato alla scia segnata da Language e nel suo cambiamento è come un esame generale su cosa funziona e cosa no nella nuova veste del gruppo, alla fine però la scelta estetica è così peculiare che dovrete essere voi a stabilirlo in base ai vostri gusti: in pratica, se vi è piaciuto Language non è detto che apprezzerete Clairvoyant o viceversa. Per quanto mi riguarda esso è una rampa di lancio efficacissima nel certificare uno status di livello in costante ascesa, rispetto a Language, per inserirsi con ancora più pertinenza nelle cerchie del progressive rock contemporaneo.

Dovendo scegliere un brano simbolo credo che The Center potrebbe rivestire questo ruolo, non perché sia il migliore (ce ne sono altri), ma perché ben rappresenta il procedere attonito, onirico, ipnotico di tutto l'album, sospeso in una sorta di limbo sonoro privo di climax. Anche dopo svariati ascolti non c'è infatti un frammento che si ricordi per la sua particolare memorabilità, pur potendo cogliere una struttura nei brani tutto viene avvolto in una nebulosa sonora monocromatica che ci fa perdere ogni punto di riferimento ed è una di quelle poche volte che riesco a comprendere certe critiche sull'inespressività di alcuni passaggi, che il narcolettico timbro vocale di Lessard contribuisce a rendere tutto ancora più algido e distaccato. 

Ma se da una parte l'insieme sonoro è così denso da mettere a rischio le dinamiche, cosicché il disco risulti uniforme, dall'altro le progressioni fusion e poliritmiche che stanno alle fondamenta vengono contaminate da una miriade di sottostrati post rock, ambient, metal, prog e new wave gestiti come pochi altri o nessuno ha saputo fare finora. I The Contortionist sfondano in questo modo la parete dell'inaccessibilità e si spingono a fondo in tappeti metallici ed elettronici così compressi da diventare eterei. Quella di Clairvoyant è una metal muzak che potreste mettere in sottofondo negli ascensori degli hotel senza avere lamentele dai clienti. Di quanti altri dischi prog metal azzardereste a dire lo stesso?






domenica 10 settembre 2017

Motorpsycho - The Tower (2017)


In uno degli sketch più famosi e apprezzati del Saturday Night Live alcuni comici del cast dell'epoca (tra cui Will Ferrell e Jimmy Fallon) impersonano i Blue Öyster Cult intenti a registrare in studio la famosissima (Don't Fear) The Reaper, mentre l'immaginario produttore interpretato da Christpher Walken li interrompe di volta in volta spronandoli ad usare "more cowbell!". Un meccanismo simile deve essere scattato anche nei pensieri dei Motorpsycho mentre preparavano The Tower, soltanto che questa volta il mantra che risuonava nella loro testa deve essere stato "more mellotron!". Arrivati ai bombardamenti tastieristici dell'ultimo brano Ship of Fools si rimane infatti quasi spiazzati per quanto il gruppo di Trondheim questa volta abbia spinto su sonorità prog vintage, anche se a guardar bene nel nuovo album troviamo in abbondanza un po' più di tutto: dalle chitarre alle tastiere fino all'estensione della durata dei pezzi. Forse non poteva essere altrimenti dato che i Motorpsycho erano alla ricerca per l'ennesima volta di un nuovo corso che li rimettesse in carreggiata dopo l'improvviso abbandono di Kenneth Kapstad, sostituito dallo svedese Tomas Järmyr anche lui come Kapstad proveniente dal conservatorio di Trondheim.

La voglia di superare il trauma per un altro batterista perso per strada è stata così forte da spingere Bent Sæther e Hans Ryan a trasferirsi negli studi californiani Rancho De La Luna con il produttore Dave Raphael per registrare un doppio album che, nelle intenzioni, dovesse eguagliare le ambizioni del passato. Ma, nonostante l'annuncio di una rinnovata prospettiva stilistica, The Tower più che l'apertura di una nuova éra, sembra più simile alla chiusura di un lungo capitolo. I Motorpsycho degli anni Zero sono stati abbastanza differenti nell'eclettismo rispetto a quelli che abbiamo imparato a conoscere per tutti gli anni '90. Lo spaziare da un genere all'altro tipico della band si è sublimato negli ultimi dieci anni in uno stoner heavy rock psichedelico molto debitore verso le sonorità degli anni '60 e '70, un elemento che era presente in parte anche nei primi Motorpsycho a dire il vero, ma che comunque veniva tradotto con stilemi conformi all'epoca del grunge e dell'alternative rock.

The Tower appare quindi come un riassunto di tutto il periodo in cui ha militato nel gruppo Kapstad, da Little Lucid Moments (2008) fino al recente Here Be Monsters (2016), cercando di replicare specialmente quell'epica progressiva di The Death Defying Unicorn senza però raggiungere l'incisività che ha reso quel lavoro il più interessante esperimento dei Motorpsycho del nuovo millennio. Quello in cui abbonda The Tower sono le digressioni strumentali nelle quali il trio può sbizzarrirsi in temerari soli, con particolare menzione e spazio per le chitarre di Snah e dell'ospite Alain Johannes (musicista di lunga data che ha collaborato con Chris Cornell, PJ Harvey, Queens of the Stone Age e che inizialmente avrebbe dovuto essere il produttore). Sotto tale aspetto va sottolineato quanto i Motorpsycho abbiano contato sulle proprie capacità di esecutori, presentando il materiale più articolato e trasversalmente prog dai tempi di The Death Defying Unicorn appunto, dove le lunghe divagazioni soliste non proseguono in un vortice sonico potenzialmente infinito, ma possiedono un'identità di sviluppo ben definita e giustificata, almeno così sembrano quelle della title-track e di Bartok of the Universe. Anche Järmyr da parte sua ha affrontato questa sfida in modo diligente e professionale, restando nei ranghi e non esponendosi troppo per il momento, forse in attesa di studiare più a fondo le dinamiche dei suoi due compagni.

In pratica sono queste le qualità (comunque non da poco) che alla fine tengono in piedi "La Torre" dei Motorpsycho e la àncora saldamente al presente. Il problema giace piuttosto nell'aver presentato una collezione di brani priva di uno spiccato senso di emancipazione dal passato: In Every Dream Home, The Cuckoo e A.S.F.E. ripropongono riff hard blues che avremmo potuto ascoltare dai Motorhead, mentre sul versante ballate acustiche Stardust e The Maypole sono sicuramente pregevoli nel ricreare quelle visioni West Coast dei CSN, ma la spontaneità indie di Sungravy, Wishing Well o The Skies Are Full Of ...Wine? era ben altra cosa. Intrepid Explorer si sposta nel reame interstellare delle improvvisazioni lisergiche tanto care ai Pink Floyd e sul versante acustico-pastorale a dare man forte ci pensa A Pacific Sonata: toni rilassati e assoli che volteggiano in oceani psichedelici nella prima parte e poi un crescendo cadenzato e minimale di piani elettrici incrociati. I brani di punta sono quindi lasciati in chiusura aggiungendo la già citata Ship of Fools che si stratifica in molteplici pieghe prog: ci sono gli Yes, c'è il mellotron di Watcher of the Skies e la tensione dell'Apocalisse in 9/8, ci sono gli immancabili King Crimson e i Van der Graaf Generator in un'alternanza di atmosfere ora cupe ora solari. Veramente notevole. The Tower è un disco che osa e abbonda, non sempre inteso da una prospettiva lusinghiera, però è forse il miglior album che i Motorpsycho potessero realizzare in questo momento.

mercoledì 6 settembre 2017

Altprogcore September discoveries


I gemelli Jordan (basso, voce) e Talor Steinberg (chitarra voce) insieme a Dan Costello (batteria, tastiere, voce) hanno formato gli SkyTalk nel 2015, dando alle stampe l'EP Days in the Sun scritto nell'arco di due mesi. I tre si dicono influenzati da Rush e Yes, ma questo EP va anche oltre nelle influenze che amalgama, mostrando arrangiamenti inventivi, una tecnica invidiabile e influssi di groove soul e R&B che rendono il tutto molto fluido e accessibile. I tre dicono di stare lavorando all'album di esordio dove cercheranno di approfondire le loro competenze. Non vediamo l'ora.



onevoice è invece il progetto solista del polistrumentista Dan Costello che si dedica invece ad un pop sinfonico molto orientato verso i synth e l'elettronica in un connubio che sembra richiamare la vena più sperimentale, ma sempre con un tocco di pop, di Todd Rundgren e XTC.



Essendo praticamente all'esordio ancora ho poche informazioni riguardo agli Hakanai che è una band formata dal musicista Matt Scherbatsky (responsabile anche del side project acustico minimale Ghost Park). L'EP omonimo degli Hakanai è un piccolo gioiello di math pop acustico che si incontra con il midwest emo più malinconico, sfiorando addirittura il prog pastorale dei Genesis negli arpeggi a 12 corde di Tendrils of Ivy.


Ho scoperto le No Joy grazie al fatto che saranno di supporto ai Quicksand nel loro imminente tour per promuovere il nuovo attesissimo album Interiors. Le No Joy sono Jasamine White-Gluz e Laura Lloyd, canadesi di Montreal e ormai viaggiano insieme dal 2009, non suonano esattamente post hardcore come i Quicksand, ma anzi vanno ad infilarsi direttamente nel revival dello shogaze con incursioni nel dreampop, insomma una band che non sfigurerebbe nella scuderia 4AD. All'inizio dell'anno sono uscite con un EP di quattro tracce dal titolo Creep anche se in questo caso ho preferito postare l'album More Faithful del 2015 che ho trovato decisamente delizioso e che contiene canzoni validissime, una su tutte: Hollywood Teeth.



I fulusu sono infine un duo di chitarra e batteria dal Giappone che suonano math rock. Nel giro di un anno, dall'agosto 2016, si sono impegnati a realizzare quattro EP dei quali Chapter: Lost è il più recente, ma se per caso vi incuriosisce raccomando di dare un ascolto anche agli altri, dato che la qualità rimane costante.

lunedì 4 settembre 2017

Time King - The 1955: Frontierland EP (2017)


Non so come facciano questi cinque ragazzi di Long Island ad essere ancora poco coperti a livello mediatico soprattutto per ciò che riguarda i siti specializzati, perché i Time King hanno tutto ciò che si possa pretendere da un gruppo prog moderno, senza pretendere di essere cervellotici a tutti i costi. Sono tecnicamente preparati, suonano delle composizioni che non si perdono in troppi meandri tematici o stilistici e per questo rimangono accessibili e molto piacevoli da ascoltare. Insomma, non è il solito prog metal o fusion che si scava una nichhia tutta propria e ammette nel suo perimetro solo pochi intenditori. Tra ritmiche funk, accenni jazz rock e metal, i Time King costruiscono The 1955: Frontierland EP con quattro tracce memorabili e, come nella loro indole, impeccabili dal punto di vista esecutivo. Potremmo dire che i Time King sono una versione light dei Thank You Scientist che continuano decisamente bene sulla scia del loro primo album Suprœ, pubblicato due anni fa.







http://timekingofficial.com/

giovedì 31 agosto 2017

Project RnL - Internet Releases (2017)


Ho avuto modo di presentare la band israeliana Project RnL poco più di un anno fa in questo blog. Ancora il gruppo non aveva prodotto ufficialmente nessun lavoro, nonostante avesse già un repertorio corposo alle spalle. Sinteticamente, se non volete tornare a quella pagina, la band nasce nel 2010 dall'idea del tastierista di estrazione jazz Eyal Amir e dal cantante Ray Livnat (attivo anche con gli Anakdota) e durante i loro anni di attività fino ad oggi si sono prodigati nel disseminare il web di video musicali che li ritraggono dal vivo in studio mentre suonano il loro spettacolare progressive rock debitore di Yes e Gentle Giant, ma anche percorso da virtuosismi vicini alla fusion e alla classica. Dopo molta attesa i Project RnL realizzano oggi ufficialmente il primo CD (che era comunque circolato durante i loro tour) compilato, come si intuisce dal titolo, dai brani resi noti in Internet tra il 2010 e il 2016 che si dividono tra registrazioni in studio e live. Il gruppo vede nella formazione attuale, oltre a Amir e Livnat, Or Lubianiker al basso, Alon Tamir alla chitarra e Sharon Petrover alla batteria, ma durante gli anni si sono avvicendati molti altri musicisti che sono qui presenti e in un brano figura come ospite nientemeno che Jordan Rudess. L'album è per ora disponibile solo in forma digitale su iTunes e CDBaby e lo si può ascoltare nella sua totalità su Youtube.



TRACKLIST:
1. [0:00] Twisted Truth
2. [5:17] Latin Dream
3. [11:04] Moves Like Jagger (Live)
4. [15:32] Wake
5. [18:01] Theme From Planet Codex
6. [22:03] The Real Slim Shady
7. [25:27] I'm A Tune (Ft. Tammy Scheffer)
8. [29:02] Another One
9. [36:11] For A While
10. [38:30] Song 2
11. [41:15] In Orbit
12. [44:09] Expiration Date (Ft. Jack Conte)
13. [48:21] Deal With It
14. [52:07] Lullaby
15. [55:01] The Avenger (Ft. Jordan Rudess)
16. [58:19] All Stuck-Ups (Live)

www.projectrnl.com

lunedì 28 agosto 2017

Terra Collective - Emerge (2017)


Il quintetto Denton, Texas, dei Terra Collective - formato nel 2015 da Kevin Duran (voce), Andrew McMillan (chitarra), Sean Miller (basso) e Brian Radcliffe (batteria) - firma il proprio esordio con l'EP Emerge e per presentarlo dal vivo hanno avuto l'occasione di affiancarsi a Plini, David Maxim Micic e Sithu Aye durante il passaggio dei loro tour nella capitale texana. Mentre stavano lavorando ad Emerge, inoltre, le loro starde si sono incrociate con altre band come Intervals, Save Us From The Archon, Vasudeva e Sianvar. L'importante aggiunta nel 2016 del polistrumentista Jordan Gheen alla chitarra ha dato l'avvio ad un perfezionamento nella direzione musicale dei Terra Collective, importando forse elementi dalle altre due band ambient jazz in cui milita Gheen: gli Sky Window e i The Night Above Us (dei quali vi consiglio un ascolto in appendice).

Avendo citato i nomi di cui sopra, credo quasi non ci sia bisogno di menzionare in quale genere possano essere collocati i Terra Collective, ad ogni modo la band tira fuori un sound che perlomeno cerca di distinguersi o distaccarsi da quello che viene di solito classificato come djent e puntando invece a sottolineare l'aspetto fusion più che eccedere in quello metal. Anzi, se infatti ipoteticamente si escludessero gli interventi vocali di Duran, le progressioni jazz rock e le tessiture armoniche delle chitarre, quasi mai in modalità distorta, rispettano un regime sognante e riverberato simile alle digressioni psych di shoegaze, post rock (Postpone) e math rock (Anchor, Earthing). Nel suo insieme, la procedura dei Terra Collective di accostare elementi stilistici presi in prestito da altri generi alla perizia tecnica e a jam improvvisate, sembra ripercorrere il gusto non convenzionale dei Tetrafusion.



https://terracollectivetx.com/

Bonus Track: 

1) Sky Window

2) The Night Above Us

mercoledì 23 agosto 2017

Shipley Hollow - Change + Eating the Entertainment (2017)


I canadesi Shipley Hollow, di Toronto, li conobbi nel 2015 grazie all'ottimo EP Normal Soup, quando ancora erano un quintetto math rock. Quest'anno sono tornati con i due EP Change e Eating the Entertainmen a distanza di pochi mesi, collezionando un totale di sei tracce, comunque sufficienti a certificare una significativa crescita del loro sound su un piano più indirizzato al jazz e ai groove fusion, ma sempre partendo da premesse rigorosamente math rock. Tutto questo accade con una line-up totalmente rinnovata che riduce il gruppo a trio, dopo l'abbandono del tastierista, con l'unico membro originale Sean Clarey a tenere le fila. Non è sempre detto che la quantità faccia la qualità e questa rivoluzione ha portato un nuovo positivo e significativo sviluppo nel sound degli Shipley Hollow. Giovani e talentuosi.


domenica 20 agosto 2017

Brand New - Science Fiction (2017)


E' difficile spiegare al pubblico italiano (ma credo anche a quello europeo) cosa rappresentino i Brand New per la scena alternativa americana. Dell'hype che si è creato oltreoceano intorno al quinto album del quartetto di Long Island da noi non non ne è stata percepita neanche la metà. Sarà che sottogeneri come post hardcore e emocore sono nati e germogliati in quei territori e quindi è logico che lì ci sia un attaccamento maggiore verso questo tipo di band. Da tempo i Brand New hanno surclassato i colleghi, diventando il gruppo seguito con più devozione e passione dal proprio pubblico. L'unico esempio per descrivere l'importanza dei Brand New è forse riassumere i fatti che hanno portato a Science Fiction, che non hanno nulla a che invidiare a strategie e aspettative che si creano ad ogni nuovo album dei Radiohead (e il riferimento non è casuale).

Dopo il loro ultimo album in studio Daisy (2009), i Brand New non hanno fatto altro che dare indizi su possibili nuovi pezzi, realizzato un paio di singoli inediti nel 2015 (Mene) e nel 2016 (I Am A Nightmare) e annunciato il proprio ritiro dalle scene per il 2018. Anche Science Fiction era originariamente previsto per il 2016, ma i Brand New hanno preferito rimandare la data per lavorare ancora sul materiale, poiché non erano ancora soddisfatti della sua resa finale. Poi, senza alcun preavviso, il 15 agosto ne viene annunciata l'uscita per ottobre e, ulteriore sorpresa, la band decide due giorni dopo di rendere disponibile in download l'album data l'inevitabilità di un leak, visto che i fan che avevano pre-ordinato la versione in vinile si sono visti recapitare a casa lo stesso giorno una copia in CD a edizione limitata dell'album con un'unica traccia da 61 minuti. In entrambe le date il nome "Brand New" è diventato trend topic mondiale su Twitter, senza nessun singolo a fare da apripista o una campagna promozionale preventiva. Direi che questo può rendere l'idea dell'attesa spasmodica che si era creata intorno al disco.

La cura maniacale con la quale è stato prodotto Science Fiction è un'ulteriore indizio di come i Brand New volessero accomiatarsi con una prova memorabile dal loro pubblico. Ed in effetti lo è in ogni senso. Non si può giudicare la carriera dei Brand New da un solo album, il loro percorso discografico assomiglia, a livello di progressione artistica, cambi di prospettiva stilistici e maturità raggiunta, alla crescita di una persona: dall'adolescenziale pop punk di Your Favorite Weapon (2001), al salto adulto emocore di Deja Entendu (2003) che comprende un ulteriore passo avanti nel capolavoro The Devil and God Are Raging Inside Me (2006), fino al più essenziale post hardcore di Daisy. Non è facile trovare una band che sia riuscita a reinventare così drasticamente il proprio sound ad ogni nuovo lavoro e quest'ultimo non è da meno.

Sarebbe sbagliato liquidare Science Fiction come un sunto tra The Devil and God Are Raging Inside Me e Daisy, perché è molto di più. I Brand New si rinnovano ancora e provano strade per loro inedite, innanzitutto con una cura nei suoni e una versatilità stilistica da far impallidire. Particolarmente rilevante è che in molta parte dell'album compaiano suoni elettroacustici come mai accaduto prima d'ora in un album del gruppo. Le chitarre di Vincent Accardi e Jesse Lacey si aprono ad una miriade di possibilità: dal delicato arpeggio acustico della soave Could Never Be Heaven, al soft rock di matrice californiana di Desert, fino ai lancinanti e intensi assoli inclusi su 137 e In the Water, passando per le progressioni post grunge di Out of Mana. In più, sembra che questa volta i Brand New abbiano voluto provare a lavorare su materie per loro mai del tutto sviscerate come il folk o il blues, trasfigurandole con un trattamento emocore, come accade nell'intercalare screamo di Same Logic/Teeth o nello stomp di 451.

Un album che sotto questo aspetto non potrebbe suonare più americano, scambiando la sua anima post hardcore con quella del roots rock e quindi uscendo dai sicuri confini di un genere per sposare un linguaggio più popolare senza però risultare scontato. In the WaterWaste, ad esempio, sono un po' come se i Thrice e i Sunny Day Real Estate si accostassero alle arie più malinconiche di Pink Floyd e REM, ma qui i Brand New ripartono con un sound dark che non assomiglia a nessun altro. D'altra parte, l'album fa del consolidamento di atmosfere profonde e catartiche la sua ragione di vita, aperto e concluso rispettivamente dalla claustrofobica Lit Me Up e dalla fievole Batter Up, i Brand New si dischiudono a possibili sperimentazioni post rock e slowcore che sarebbe stato bello vedere sviluppate negli scenari futuri che molto probabilmente non ci saranno. Ciò che rimane costante sono le efficaci liriche di Lacey sempre in sintonia con l'estetica depressiva dell'emo, sondando il suo lato oscuro e il disagio personale che suscita in lui la conflittualità della morale religiosa, come fosse una seduta di psicoterapia.

Non so ancora se Science Fiction potrà essere l'album dell'anno ed è meglio non fare neanche paragoni con le vette toccate da The Devil and God Are Raging Inside Me, proprio per questo suo nuovo cambio di prospettiva. Però posso dire che quando lo si ascolta si percepisce che è un lavoro importante, uno di quelli che riviste mainstream tipo Rolling Stone o Mojo metterebbero tra gli album di riferimento di questo decennio. Per essere ancora più precisi: se gli anni '90 sono stati generosi nel regalarci opere che, in un modo o nell'altro, si sono distinte come identificative di quel periodo, al contrario molto più difficile è oggi rintracciare qualcuno che possa riassumere la musica alternative di questi anni '10 e le sue contaminazioni. Che alla fine tocchi proprio a Science Fiction il fardello di occupare questo posto di album epocale? Come commiato i fan dei Brand New non avrebbero potuto desiderare di meglio.


mercoledì 16 agosto 2017

Childish Japes - After You're Born (2017)


Il giovane batterista JP Bouvet è attualmente una stella emergente del suo strumento e, se non fossero sufficienti gli studi musicali che lo hanno portato a perfezionarsi al Berklee College of Music, basti dire che tra le sue ultime fatiche c'è stata la partecipazione al tour Steve Vai’s Generation Axe 2016, incassando oltretutto i complimenti dal grande chitarrista, quando ha dovuto sostituire all'improvviso l'infortunato Matt Garstka. In passato Bouvet ha fatto parte della band fusion The Penguins e ha collaborato molto spesso con il chitarrista e suo compano di stanza a Berklee Mike Linden (il loro album insieme Bubble & Squeak è da non perdere).

Bouvet debutta adesso con una band messa insieme da lui stesso con il nome di Childish Japes e che vede Asher Kurtz alla chitarra (Mals Totem, Iris Lune) e Jed Lingat al basso (Ben Levin Group). After You're Born, in uscita il 30 agosto, comprende sette tracce suddivise in tre strumentali e quattro con un ospite vocale per ciascuna, piazzandosi così a metà strada come un lavoro sospeso tra art rock e fusion. Trattandosi di Bouvet, ovviamente l'album è anche soprattutto uno studio sulle possibilità ritmiche applicate in ambito canoro e non. Ad esempio, un pezzo come la title-track completamente marcata in 4/4, si dipana con Bouvet intento a giocare sugli accenti per creare l'illusione di un cambio di battuta tra la strofa e il chorus. A rendere più spettacolare il brano ci pensa la voce di Courtney Swain dei Bent Knee che, nei suoi saliscendi vocali, ne sottolinea dinamiche e crescendo.

L'esperimento prosegue nelle improvvisazioni fusion Before You Die e Psalm 6, entrambe architettate su fondamenta ritmiche che ne compongono la struttura portante e poi Gorbas/Set Me Free, il cui titolo sembra suggerire la dualità tematica del pezzo che si spacca tra un ritmo caribico e una jam post rock. Sul versante vocale i Childish Japes svelano una volontà eclettica nel toccare vari stili, donando comunque ad ognuno una sfumatura personale. Go Own Them All è cantata da Dave Vives che per un attimo fa ricordare la potenza dell'hard prog della sua ex band Mals Totem. Poi c'è il soul R&B Insight cantata dalla voce sensuale e calda di Joanna Teters, altra allieva di Berklee come Vives e, per non farsi mancare nulla, Hold On prova un'escursione nell'hip hop, rappato da Sicky Brett, dove dei groove drum n' bass sommati alla natura funk rock del pezzo, lo avvicinano a quella particolarissima nuova onda math-soul-core che comprende Eternity Forever, Dance Gavin Dance e Strawberry Girls.

domenica 13 agosto 2017

Everything Everything - A Fever Dream (2017)


Ci sono due album in uscita nello stesso giorno, il 18 agosto, che il destino ha voluto occupassero anche un simile incasellamento di genere. Da una parte c'è chi viene lodato per la sua svolta pop prog come scelta coraggiosa, citando influenze a caso non richieste e conseguendo risultati modesti mentre ricicla il proprio stile (quando va bene) oppure ne rimaneggia maldestramente la materia (quando va male). C'è chi invece il pop prog lo fa da molto tempo, lo ha studiato, sviscerato con più originalità e comunque non suscita lo stesso clamore del nuovo Re Mida il quale, appena tocca un genere per lui inedito, sembra raggiunga immediatamente l'eccellenza, come se nessuno potesse eguagliare il suo livello. Allora, coloro che credono che To the Bone sarà un'acuta riflessione sul pop riletto in chiave prog, farebbero bene ad ascoltare anche A Fever Dream per ampliare i propri orizzonti.

Per gli Everything Everything il rischio di ripetersi dopo un'opera prima come Man Alive era quasi impossibile visto il grado d'eccellenza raggiunto da quell'album e infatti, con intelligenza, i quattro ragazzi di Manchester cambiarono immediatamente traiettoria, semplificando le loro trame e apparendo prima disorientati, ma con criterio, su Arc e poi abbandonandosi ad un art pop di maniera su Get to Heaven. Come avrebbero dovuto procedere gli Everything Everything dopo Arc ce lo spiega adesso A Fever Dream che ripristina con efficacia il giusto equilibrio tra forme di pop intelligente e soluzioni sperimentali. Fortunatamente i due singoli ballabili Can't Do e Desire, che si avvicinano per asciuttezza pop al più ruffiano Get to Heaven, non rappresentano l'umore generale dell'album, un lavoro nel quale si celano in realtà più ombre che luci, atmosfericamente parlando, un po' come fosse il lato oscuro di Man Alive, il che non stupisce quando si realizza che le liriche di Johnathan Higgs hanno come sfondo la Brexit e le conseguenti implicazioni. Nel suo complesso quindi, A Fever Dream è un album meno immediato da metabolizzare, poiché la maggior parte delle tracce non concede una strada lineare e prevedibile.

A Fever Dream si sviluppa su piani differenti con arrangiamenti capaci di includere in uno stesso brano sequenze minimali, derive dance, math pop e sprazzi di indietronica, nei quali si nota l'uso preponderante di tastiere e synth fin dall'apertura con l'efficacissima Night of the Long Knives, tra bordoni discendenti e una selva di break improvvisi. A Fever Dream, pur seguendo una propria scia pop, richiede più attenzione del solito per apprezzare ciascun particolare sonoro che si insinua dentro ogni evoluzione. Ad esempio Big Game e Run the Numbers, che instaurano da principio sottili arie elettroniche melliflue per dipanarsi in seguito su orizzonti rock più ampi, sono brani che non si esauriscono nella propria struttura duale, ma si completano con dei dinamismi contrastanti, attraverso la sicurezza della calma apparente infusa dai tappeti di tastiere.

Praticamente gli Everything Everything rinunciano ai chorus di facile presa e ci mettono dentro numeri più riflessivi come i beat math rock di Good Shot, Good Soldier o il requiem post rock in crescendo della title-track. A squarciare il gusto crepuscolare dell'album, sublimato dalla notturna Put Me Together, si fa strada come un raggio di sole il distintivo falsetto di Higgs che qui non viene lesinato nel suo utilizzo. La produzione di James Ford dei Simian Mobile Disco ha assicurato un consolidamento di materiali provenienti da dance e elettronica, senza snaturare il repertorio anzi, rendendolo più solido e sfaccettato. All'epoca definii Arc come un album interlocutorio e Get to Heaven mi parve un definitivo status di una band che da lì in poi avrebbe provato ad allargare (giustamente) il proprio pubblico, ammiccando a soluzioni più mainstream. Adesso A Fever Dream spiazza quelle mie certezze, imboccando una strada nuovamente votata al pop sperimentale o "prog pop" che dir si voglia e sono felice di essermi sbagliato.





giovedì 10 agosto 2017

First Signs of Frost - The Shape of Things to Come (2017)


Uno dei più importanti album dello scorso decennio che ha avuto il pregio di anticipare i tempi su quello che poi è diventato il djent odierno è stato, a mio modesto parere, Atlantic dei First Signs of Frost pubblicato nel 2009 dall'etichetta giapponese Zestone Records. Purtroppo, dopo quella prova il gruppo si è praticamente dissolto aspettando tempi migliori e, forse, soprattutto per cercare un degno sostituto per il ruolo di frontman. Infatti, il cantante di quella formazione fu nientemeno che l'ancora sconosciuto ma già bravissimo Daniel Tompkins. I due chitarristi superstiti della formazione originale, Owen Hughes-Holland e Adam Mason, si sono dovuti rifare da capo in una attesa che è durata ben sei anni. Nel 2015, infatti, il posto dietro il microfono viene finalmente rilevato da Daniel Lawrence (che ha militato nei Kinai e negli All Forgotten) e, insieme al bassista Andy C Saxton (Cry for Silence) e al batterista Alex Harford, Hughes-Holland e Mason hanno ridato vita ai First Signs of Frost. Il primo passo verso la rinascita è questo EP di cinque tracce, The Shape Of Things To Come, in uscita domani attraverso la Basick Records.

Tornando per un attimo ad Atlantic, per spiegare cosa aveva di così speciale quell'album, si può affermare che fu un primo mirabile esempio di come post hardcore, djent e progressive metal potevano interagire. Ogni brano di Atlantic potenziava i riff post hardcore con il tecnicismo del progressive, in più le maestose melodie si intrecciavano nei cumuli atmosferici del djent. Adesso, anche se di tempo ne è passato, The Shape Of Things To Come mantiene quella linea e di gruppi che suonano in questo modo probabilmente ne avrete già ascoltati a volontà, soprattutto riconosciuti nelle linee strumentali che appaiono molto in sintonia con i nuovi giovani dell'ondata djent/fusion. Se siamo arrivati fino a qui, però, una parte del merito va senz'altro attribuita ai First Signs of Frost e il loro ritorno non può che segnare una buona notizia per il genere. The Shape Of Things To Come ripresenta una band attenta a tecnica e cuore con un pugno di brani melodicamente accessibili anche a chi non mastica di djent, grazie a qualche influsso nu metal che in questa sede sostituisce il post hardcore. Un EP di rodaggio forse, ma sicuramente di gran classe.